Niente. Quando mi resta un pensiero nella mente, può non uscirne anche per giorni interi. Oggi mi sono covato dentro il pensiero di Dell'Utri che dichiarava orgoglioso di voler essere revisionista nei confronti della "
retorica della resistenza", come da post precedente. Ecco, io non lo so, quale sia questa "
retorica della resistenza". Però so che in un piccolo paese di tremila, forse tremilaecinquecento anime, è da più di sessant'anni che si racconta la stessa storia. La storia di questa donna, la prima a sinistra in questa foto di gruppo.
Lucia, durante la guerra, aveva quarant'anni e quattro figli grandi. Quattro figli partigiani. Che avevano disertato, ma non avevano preso la via delle montagne. In quel paese, le montagne non c'erano, c'erano soltanto un sacco di colline, e un saccodi paludi. Paludi del nord, di quelle che quando arriva dicembre non gelano del tutto, ma rimangono della densità di una melma torbida e malsana. Una melma che ghiaccia, e spezza le gambe di chi è costretto ad accucciarcisi dentro per giorni. Certo, non tutti sono costretti. I fascisti repubblichini, no. I tedeschi occupanti, no. I partigiani però, loro sì. E non so se mentre scrivo sono riuscito a comporre una qualche figura retorica, ma fatto sta che la trama della storia torna ai quattro figli di Lucia, partigiani tutti e quattro. Due comunisti, un socialista, e un socialdemocratico. Tutti così diversi, ma tutti nella stessa melma (ecco, forse il fatto che la melma fosse sia una metafora che una condizione reale, nonchè un elemento per descrivere una situazione più ampia, forse queste sono davvero figure retoriche).
Un giorno, dice la storia, quattro fascisti vennero a cercare Lucia a casa. Fascisti, non tedeschi. Tutti italiani, tutti con lo stesso accento di Lucia. Le occuparono casa, e le chiesero dove fossero i suoi quattro figli. Lei rispose di non saperlo.
Le dissero che l'avevano vista uscire di casa con del cibo.
Lei disse di non essersi mai mossa di casa, se non per raggiungere la chiesa e pregare per sé.
Le chiesero di nuovo dove fossero i suoi figli.
Lei, di nuovo, rispose di non saperlo.
Iniziarono a picchiarla.
Lei stette zitta, e non disse nulla.
Minacciarono di uccidere lei, i suoi figli, le sue sorelle.
Lei non fiatò, e continuò a sopportare.
A quel punto, la violentarono. Tutti i fascisti in casa sua.
Fascisti, non tedeschi. Fascisti italiani.
Lei non disse nulla. Forse pianse, ma non disse nulla.
I fascisti se ne andarono dopo averla umiliata, e dopo averle distrutto casa.
Qualche tempo dopo, la guerra finì. I fascisti, furono incarcerati, giustiziati, alcuni riuscirono a scappare. Nelle grandi città, l'infamia si nasconde facilmente. In un paese di tremila, tremilaecinquecento anime, non è così facile. Ma anche quando l'Italia la dichiararono una Repubblica - eh, che l'è 'sta novità? - la storia di Lucia la continuarono a raccontare. Lo fanno ancora adesso, nonostante alcuni loschi figuri tentino di cancellare la verità dalla storia. Accusandola di "retorica".
Ripeto, non so cosa ci sia di retorico, in questo episodio che vi ho raccontato. So soltanto che per alcuni è stata talmente significativa, da voler chiamare la propria figlia primogenita Lucia, come la Lucia di quella storia. Ma d'altronde - qualcuno potrebbe obiettarlo - è costume chiamare i propri figli con il nome del nonno. Questo è l'altro motivo per cui mia madre si chiama Lucia, come la Lucia della storia, che era la madre di mio nonno, partigiano dal '43 alla Liberazione. Come è stata partigiana lei, e questo non lo si può cancellare dal suo sangue.
Ecco, ho usato "sangue" per "generazioni". E' una metonimia.
Che mi sento fortunato a portare dentro.