Tempo fa lessi da qualche parte che se la scimmia è sicuramente l'animale col cervello più simile al nostro, il cane è quello con
l'anima più vicina a quella umana.
Un po' come dire che l'evoluzione, con tutta la sua casualità, è stata forte, ma la quotidianità lo è stata un po' di più.
Com'è abbastanza noto nella cerchia di persone che amano ancora definirsi mie amiche, io e il mio cane abbiamo sempre avuto un rapporto un po' particolare. Io e lei
parliamo. Il che di per sé non è nulla di così strano. Almeno finchè non ci si aspetta una risposta, in qualche modo, ed è questo esattamente che facciamo noi due. Con consapevolezza reciproca, ritengo.
Il fatto è che da quando ho il vizio di scrivere e la pretesa di fumare - o forse era il contrario - mi sono ritrovato a passare sempre più tempo in balcone, una piccola estensione di cemento e picchetti
tremetriperuno a picco sul quartiere. Ci finivo gli articoli di notte quando stavo in redazione, ci finisco i saggi quando ho un esame in vista, ci comincio i racconti quando sono particolarmente ubriaco. Lei è sempre stata con me, a dividere quel tempo e quello spazio. Vuoi o non vuoi, qualcosa te la trasmetti, in certe situazioni. E non parliamo dell'affezionarsi.
Oggi lei è stata male, così male che a casa abbiamo pensato tutti al peggio. Mentre vivevo la mia giornata, ho fatto di tutto per tentare di non pensarci, riuscendoci per altro in un unico quarto d'ora clandestino - ma quello è merito altrui. All'ora di cena mi sono potuto tranquillizzare, relativamente. Ma quando sono rientrato dalla porta di casa, ed eravamo solo io, lei, ci siamo fissati per un po', senza dirci nulla. Dieci minuti di abbondante silenzio, e poi ha parlato.
Lei.
Segno che non sbagliavo, e che una risposta, certe volte, non la chiedo soltanto io.