"Il prossimo pezzo per tutti ragazzi e le ragazze e i fratelli africani che hanno popolato questa danza!".
Le parole arrivano dal palco alla yard attraverso il cavo schermato del microfono, il mixer, e l'intreccio di gomma e rame che si dipana fino ai due muri di casse ai lati della sala. Gente ce n'è, persino più di quanto sembrasse possibile. Te ne rimani in disparte, in un angolo del centro sociale, muovendo soltanto il piede, la testa, e il braccio che ti porta la sigaretta alle labbra. Poi, l'amico che è stato fermo in piedi cinque ore con te, al banco della sottoscrizione, commenta ad alta voce. "Noi se li semo visti tutti in faccia". Ti guardi intorno, prima di voltarti verso di lui, e allora annuisci. D'altra parte, ha appena detto la più pura delle verità, con la consueta "filosofia innata" che accompagna le sue parole.
Probabilmente, se c'è qualcosa di bello, nello stare in sottoscrizione in occasione di una dancehall è proprio la possibilità di guardare negli occhi tutte le persone che, da ogni quartiere di Roma, sono arrivate fin là per ballare fino all'alba. La coppia in cui lui paga per entrambi, quella che paga alla romana, quella in cui è la bella damsel a pagare per il proprio ragazzo. La comitiva che sta imparando ora a godere dell'introduzione della settimana corta al liceo. Gli universitari, i militanti. La festeggiata che, nel giorno del suo compleanno, arriva in avanscoperta a chiedere "siamo in ventiquattro, ce lo fate lo sconto? No? Almeno fammi il regalo!". Il figlio dell'ambasciatore di un paese africano con i suoi amici, arrivato in taxi, che non vuole pagare perchè "sono un negro", e mi vanifica due secoli di lotta al razzismo con una scusa per non aprire il portafoglio. Il rifugiato curdo che abita lì, ma che paga lo stesso perchè "è giusto". Il ragazzo con le pupille più larghe delle sue stesse orbite, che non dirà una parola per tutta la sera, essendo troppo impegnato a parlare in silenzio dentro di sé. Gli amici e le amiche che si lasciano sporcare con l'inchiostro del timbro, anche se sarebbe inutile, perchè si rendono conto che per passare cinque minuti con te è meglio risparmiarti un quarto d'ora di altri controlli. La ragazza che si lamenta perchè un centro sociale occupato dovrebbe essere un luogo di libertà, mentre qualcuno invece le ha impedito di scrivere sul muro. Lei lo chiama "esprimersi", e tu le dici che ha ragione. Quei tre che fanno avanti e indietro alla disperata ricerca di qualcosa da fumare. Le due ragazze che ti sorridono da lontano, e che si accorgono troppo tardi che il tuo sorriso di rimando non concederà loro un vantaggio sul biglietto. L'infame che ha urlato "fratello, fratello, fratello" per così tante volte, che poi è quasi normale vedergli tirare fuori qualcosa dalla tasca. Quelli che si spaventano di fronte al luccichio veloce nell'aria. Quelli che rimangono basiti davanti al sangue. Quelli che sono rimasti in silenzio, pronti.
Li hai visti tutti in faccia, quando mancano poche ore al sorgere del sole e puoi raggiungerli nella sala centrale. Dalla console arrivano solo roots e bluebeat. Ad una certa ora, i muscoli si sono sciolti insieme alle menti, e non c'è più da preoccuparsi. Puoi fumare e accennare qualche passo di danza anche tu. Sui quattrocento che hai fissato negli occhi, trecentonovantanove si sono dimenticati completamente di te, delle collette all'ingresso, delle richieste continue e dei continui rifiuti. Ma tu hai assistito a uno spettacolo di umanità varia molto edificante. Ancora più edificante, quando quell'unica identità che si ricorda di te, ti sorride e velocemente la vedi scrivere qualcosa sul muro, prima di allontanarsi col suo ragazzo.
La linea sulla parete si perderà già domani sera, alla prossima serata. Il suo viso che sorride in quel gesto, forse no.