Dopo mezz'ora di conversazione con la mia augusta e reverenda genitrice (tornata circa un'ora fa dal lavoro. Sì, nel mondo unificato dei 5 giorni c'è chi lavora anche di sabato), ho distrutto ogni convinzione su una mia futura, eventuale paternità. Argomento dei dialogoi: il sistema pensionistico italiano, definito la merda delle merde dalla donna che mi ha messo al mondo. E considerando che mia madre si concede queste chutes de style solo molto raramente, in concomitanza con occasioni importanti (vedi il discorso di discesa in campo di Berlusconi e quello di Veltroni, ad esempio), la definizione si spiega da sè. Mia madre fa parte della prima generazione di persone che sta pagando la pensione ai suoi padri, ma che non la riceverà mai. Io faccio parte della prima generazione che pagherà la pensione minima ai benestanti e ai falsi disoccupati della generazione precedente, e nemmeno io vedrò l'ombra di un'assistenza sociale. Che poi, probabilmente, fra vent'anni avremo metabolizzato tutto: anzi, magari qualcuno ci dirà "come, ti abbiamo pagato 500 euro in sei mesi, semestre sì e semestre no, e adesso vuoi la pensione TUTTI I MESI? Guarda che ti fa male". Un po' come il discorso revisionistico dell'ultimo mezzo secolo è stato orientato al passato, quello che si presenta ora è revisionismo proiettato in avanti.
E poi dicono che dall'Italia sono fuggiti tutti i cervelli. Invece, certe idee ce le abbiamo solo qui, a pensarci bene. E sono pure bipartisan.
Comunque, per tornare al discorso, non ho idea di quale futuro potrò mai offrire a un figlio. Insomma, non mi va di dovermi immaginare un piccolo Damiel, perennemente incazzato perchè "sì, vabbè, Beethoven è bello, Tolstoj è un grande autore, ma in fin dei conti, papà, in che cazzo di mondo mi hai fatto nascere, non c'è lavoro, non c'è un futuro, la classe dirigente è la stessa dal 1946 solo che in sessant'anni hanno incrementato il numero di cazzate e hanno abolito il congiuntivo nei discorsi propagandostici, e a me sinceramente rode il culo" (mi auguro che questo discorso me lo faccia sui vent'anni, altrimenti sarò stato io a sbagliare sistema educativo, almeno per il modo di parlare). Almeno facessimo la rivoluzione, avrei una scusa per il mio desiderio di paternità: vedi, o figliuolo, t'ho messo al mondo perchè sei la speranza di questa nuova era. Invece di questi tempi, al massimo, si fanno le primarie (grazie Licio, grazie Silvio, che c'avete rincoglionito come si doveva). Un po' come il referendum blindato dei sindacati: è una farsa, lo sanno tutti, ma alla gente "je piace tanto da sognà".
Io, lo ammetto, un po' li compatisco, quei bambini che nasceranno domani, 14 ottobre. Il giorno delle primarie, che non si sa di che siano primarie. Un'elezione in cui si paga per scegliere il leader tra un sindaco di Roma comunista pentito (e il pentito mi dà più fastidio che il comunista, sia chiaro) e una democristiana che ha deciso di convertire gli omosessuali con la trappola dei DICO. Penso ai dialoghi, fra vent'anni:
Padre: "Walter, Rosi. Se non dovete fare il vostro turno di 12 ore precarie a 2 euro l'ora, venite qui. Devo dirvi una cosa"
Figli: "Dicci, papà"
Padre: <in lacrime> "Scusate! Noi ci credevamo. Voi siete nati in un giorno bello, il giorno in cui..."
Figli: <lanciano una selva di sputi> "Sta' zitto che è meglio"
Non so se alle primarie di domani, qualcuno penserà al fatto che fra vent'anni qualche adolescente li giudicherà per le scelte che hanno fatto in passato. Però magari sarebbe il caso di soffermarsi a riflettere almeno un attimo. Prima di entrare nell'urna, dico. Pensare se bisogna entrare davvero a legittimare qualcosa che è torbido di suo. Un po' per noi, un po' per loro. Che tanto, vent'anni passano prestissimo. Me l'ha fatto capire mia madre stasera.