Venerdì, 25 aprile 2008
Qualche giorno fa mi è capitato di scrivere di un certo incontro fatto in Facoltà. Per l'esattezza, quello con un ragazzo, che avrà avuto sì e no diciannove o vent'anni, e indossava una maglietta particolare. Una maglietta nera, con stampata su una bella croce celtica bianca, e una frase di dubbio gusto. All'apparenza dunque, un fascista tout court.
Personalmente, dai vigliacchi fascisti le ho prese (gli animali attaccano in branco, e cinque contro uno è il loro gioco preferito), e ai vigliacchi fascisti le ho date (qualsiasi scontro "testa a testa" può risolversi così. La testa rasata e il bomber possono fare paura da lontano, ma se te li immagini coi capelli lunghi, ti accorgi che è solo un trucco, il loro). Per quanto si possa essere pacifici, sotto attacco la difesa è necessaria. Ma durante questo incontro di cui mi accingo a scrivere di nuovo, non c'è stato scontro fisico.
Anzi. Ci ho potuto parlare.
E nonostante l'accerchiamento da parte di alcuni professori compiacenti - compiacenti a destra - e di due o tre studenti che per "leccare" i suddetti professori scelsero di difendere la "libertà di essere fascisti", tutte le analisi revisioniste e in appoggio al fascismo, furono smontate punto per punto. D'altronde, non è difficile. I neofascisti, tra i loro slogan, hanno una frase che recita "nel dubbio, mena". Noi, nel dubbio, abbiamo letto, studiato e riflettuto. A meno di repentini cambiamenti di rotta dell'evoluzione, non abbiamo molto interesse nel tornare scimmie. Il ragazzo, sul momento, ammise di essersi sbagliato, di non sapere. E io, sul momento, decisi che poteva bastare così. Pubblicamente, s'era messa un'altra pietra ad arginare il fascismo, in un luogo importante come una Facoltà universitaria. Se anche lui avesse voluto prendere me, e i presenti, per il culo, l'avrebbe comunque fatto sconfessando il fascismo e l'ignoranza relativa. Pace.
Invece, dopo una settimana, un suo collega di corso mi ha avvicinato, chiedendomi di potermi parlare. E io, che mi aspettavo di tutto - dalle minacce alle offese verbali - sono rimasto basito nel sapere che quel ragazzo era rimasto colpito dal fatto che ci avessi parlato. E che, di conseguenza, non solo non avrebbe più indossato quella maglia, ma avrebbe anche seguito un corso di storia contemporanea per capire davvero. Per di più, al momento in cui il suo collega mi stava parlando, aveva già chiesto e ottenuto proprio da quel suo compagno di corso maggiori spiegazioni sulla democrazia e sui totalitarismi. Io ho risposto, semplicemente, che la cosa mi faceva un piacere insperato, e che sarei stato lieto di offrirgli un caffè e parlare un po' con lui, se ne avesse avuto voglia. A quanto pare, l'invito è stato accolto, in tempi da definire.
Non so se questo ragazzo abbia capito, o se capirà mai, l'importanza di essere antifascista. So però che in lui è nata la curiosità di comprendere, di interrogarsi sulla memoria storica, e su ciò che essa comporta. Nel microcosmo della vita quotidiana, questa è una grandissima Liberazione. Un riproporsi, in chiave individuale e culturale, dei frutti di quella Resistenza che ci prepariamo a celebrare, fra poco, in piazza.
La Resistenza è la lotta continua e quotidiana di chi si batte contro l'ignoranza, la precarietà, il razzismo, il sessismo, e il potere indiscriminato dei fascismi vecchi e nuovi. Ed è anche la forza di parlare con un ragazzo che non sa in un corridoio d'Università, tirandolo fuori dal cieco indottrinamento, per portarlo alla luce del dubbio e della ragione. Raccontare questo episodio è il miglior augurio che possa fare a chi spera e lotta ancora.
Buona Liberazione.
Lunedì, 21 aprile 2008
Il sindaco di Alghero ha vietato alla banda comunale, per il prossimo 25 aprile, di suonare Bella Ciao. Quella stessa Bella Ciao cantata da tutti i partigiani e le partigiane, e da tutti i figli e i nipoti di quei partigiani e di quelle partigiane, che hanno liberato l'Italia dal nazifascismo. Come se si potesse vietare la memoria. Come se si potesse impedire a qualcuno di cantarla e di suonarla, la memoria. Queste provocazioni - non sono altro che provocazioni, e si capisce - ormai vengono attuate a viso aperto. Incurante della valanga di merda che lo sta già sommergendo, il sindaco Marco Tedde predispone un'ordinanza aberrante di questo tipo nella più totale ignoranza. Perchè è soltanto ignoranza, quella che per compiacere il revisionismo imperante nel proprio partito, compie l'ennesimo assalto alla memoria storica. Marco Tedde non può comprenderlo. L'ignoranza è una brutta bestia. Mi auguro sinceramente che la banda comunale di Alghero se ne fotta, e che intoni quelle note e quel canto comunque, il 25 aprile, per non rendersi complice di un gesto così vile come quello di far finta di dimenticare. Ma se così non fosse, che siano gli algheresi - e tutti, e tutte, in tutto il paese - a intonare quel meraviglioso canto di lotta, che nemmeno la commercializzazione da parte di qualche gruppo " radicalfreak" è riuscita a distruggere, col tempo. Cantare per la libertà, perchè qualcuno è già morto per la libertà, ed ora è seppellito sotto a ogni fiore, e in ogni fiore vive. Non è che certe bestie possono capirli, concetti così alti.
Giovedì, 17 aprile 2008
Nel mio quartiere, ci prepariamo a festeggiare la Liberazione con otto giorni d'anticipo. Perchè nel mio quartiere, tra la tragedia e la gioia, ci passano esattamente un anno ed otto giorni. Prima del 25 aprile '45, il 17 aprile '44. Prima il dovere di un atto d'amore collettivo. Poi il sofferto piacere della fine di un incubo. Quanto orgoglio, nel vivere in un nido di vespe.
Mercoledì, 9 aprile 2008
Niente. Quando mi resta un pensiero nella mente, può non uscirne anche per giorni interi. Oggi mi sono covato dentro il pensiero di Dell'Utri che dichiarava orgoglioso di voler essere revisionista nei confronti della " retorica della resistenza", come da post precedente. Ecco, io non lo so, quale sia questa " retorica della resistenza". Però so che in un piccolo paese di tremila, forse tremilaecinquecento anime, è da più di sessant'anni che si racconta la stessa storia. La storia di questa donna, la prima a sinistra in questa foto di gruppo.
Lucia, durante la guerra, aveva quarant'anni e quattro figli grandi. Quattro figli partigiani. Che avevano disertato, ma non avevano preso la via delle montagne. In quel paese, le montagne non c'erano, c'erano soltanto un sacco di colline, e un saccodi paludi. Paludi del nord, di quelle che quando arriva dicembre non gelano del tutto, ma rimangono della densità di una melma torbida e malsana. Una melma che ghiaccia, e spezza le gambe di chi è costretto ad accucciarcisi dentro per giorni. Certo, non tutti sono costretti. I fascisti repubblichini, no. I tedeschi occupanti, no. I partigiani però, loro sì. E non so se mentre scrivo sono riuscito a comporre una qualche figura retorica, ma fatto sta che la trama della storia torna ai quattro figli di Lucia, partigiani tutti e quattro. Due comunisti, un socialista, e un socialdemocratico. Tutti così diversi, ma tutti nella stessa melma (ecco, forse il fatto che la melma fosse sia una metafora che una condizione reale, nonchè un elemento per descrivere una situazione più ampia, forse queste sono davvero figure retoriche).
Un giorno, dice la storia, quattro fascisti vennero a cercare Lucia a casa. Fascisti, non tedeschi. Tutti italiani, tutti con lo stesso accento di Lucia. Le occuparono casa, e le chiesero dove fossero i suoi quattro figli. Lei rispose di non saperlo. Le dissero che l'avevano vista uscire di casa con del cibo. Lei disse di non essersi mai mossa di casa, se non per raggiungere la chiesa e pregare per sé. Le chiesero di nuovo dove fossero i suoi figli. Lei, di nuovo, rispose di non saperlo. Iniziarono a picchiarla. Lei stette zitta, e non disse nulla. Minacciarono di uccidere lei, i suoi figli, le sue sorelle. Lei non fiatò, e continuò a sopportare. A quel punto, la violentarono. Tutti i fascisti in casa sua. Fascisti, non tedeschi. Fascisti italiani. Lei non disse nulla. Forse pianse, ma non disse nulla. I fascisti se ne andarono dopo averla umiliata, e dopo averle distrutto casa.
Qualche tempo dopo, la guerra finì. I fascisti, furono incarcerati, giustiziati, alcuni riuscirono a scappare. Nelle grandi città, l'infamia si nasconde facilmente. In un paese di tremila, tremilaecinquecento anime, non è così facile. Ma anche quando l'Italia la dichiararono una Repubblica - eh, che l'è 'sta novità? - la storia di Lucia la continuarono a raccontare. Lo fanno ancora adesso, nonostante alcuni loschi figuri tentino di cancellare la verità dalla storia. Accusandola di "retorica".
Ripeto, non so cosa ci sia di retorico, in questo episodio che vi ho raccontato. So soltanto che per alcuni è stata talmente significativa, da voler chiamare la propria figlia primogenita Lucia, come la Lucia di quella storia. Ma d'altronde - qualcuno potrebbe obiettarlo - è costume chiamare i propri figli con il nome del nonno. Questo è l'altro motivo per cui mia madre si chiama Lucia, come la Lucia della storia, che era la madre di mio nonno, partigiano dal '43 alla Liberazione. Come è stata partigiana lei, e questo non lo si può cancellare dal suo sangue.
Ecco, ho usato "sangue" per "generazioni". E' una metonimia. Che mi sento fortunato a portare dentro.
Ecco, io ad esempio quando sento una persona come Dell'Utri dichiarare assurdità simili, senza essere linciato da una folla a pochi minuti di distanza, mi viene lo sconforto e mi rendo conto di come la P2 abbia già distrutto molto in Italia. Almeno l'intelligenza e il pudore, a quanto pare. E mi incazzo.
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