"Il tuo scopo fin dall'inizio è stato di salvare la bambina. Non c'è alcun ragionevole motivo per cui tu possa volerla uccidere" "E tu dove pensavi di portarla? Alla Fiera di merda di Scarborough?"
"Se ai vecchi compagni del PC nell'anni '60, vabbè che poi so' diventati DS e tutte quelle cianfrusaglie, j'avessero detto che il 14 ottobre 2007 avrebbero speso sei miliardi - perchè scusa, tre milioni di votanti sono tre milioni di euro, che so' sempre sei miliardi - pe' sceglie da fa' governà er partito loro tra un comunista pentito e 'na democristiana cattolica e vergine, t'avrebbero riso 'n faccia e t'avrebbero detto de smette colla droga"
Perchè la genialità dei compagni tedeschi va premiata, va premiata la diffusione e la traduzione di video come questi da parte di R.S.B.D Video Crew e meritiamo tutti di farci due risate. E adesso ditemi che a Kreutzberg, ai tempi, non avevano ragione!
E due. Spero sinceramente di non dover tornare un'altra volta sullo stesso argomento, almeno non nell'arco temporale della stessa stagione. In estate, si suda già abbastanza per il caldo, e alzarsi la pressione in maniera innaturale non è pratica nè buona, nè giusta. Ma visto che il tema, come il destinatario di questo post, mi sta particolarmente a cuore, ben venga un nuovo post sulla politica tout-court. O meglio, sull'importanza di essere un parresiaste.
Argh. Parolaccia. A 'sto punto, qualcuno penserà, sarebbe stato meglio leggere roba come "struttura e sovrastruttura", "socialismo libertario", termini del genere, insomma. Eppure, rendiamo onore a quel minimo di proprietà linguistica che dovrebbe competere a degli esseri umani, addentrandoci nei misteri delle parole ad etimologia greca. Segue descrizione:
Parresia: (παν = tutto + ρησις / ρημα = parlare / discorso), letteralmente traducibile con "dire tutto", inteso comunemente come "parlare liberamente" o "parlare coraggiosamente". Nel Nuovo Testamento si trova questo termine in relazione al parlare apertamente e con convinzione delle proprie opinioni anche di fronte ad autorità politiche o religiose. Foucault ne dà un'interpretazione intesa come parlare liberamente della verità, senza retorica, manipolazione o generalizzazione. Più ampiamente, può essere usato nel significato di parlare, asserendo la verità, senza timore di chi si ha di fronte, enunciando (o spiattellando se preferite), la verità stessa così com'è, senza fronzoli. Anche a costo di suscitare reazioni di rabbia, delusione, o un'infrazione del - fottutissimo - politically correct.
Seguono esempi:
Caso Mele: "Non mi stupisce che un democristiano difenda e imponga i valori cattolici per gli altri, ma per sè tenga puttane e cocaina. D'altra parte, la storia è costellata di Papi dediti a orge, e in più il signor Mele ha l'immunità parlamentare" Legge Biagi: "La Legge Biagi tutela i padroni, consegnando loro dei perfetti robot destinati ad essere sottopagati a vita. Già il lavoro andrebbe abolito di per sè, almeno non chiamiamo questa merda flessibilità, ma schiavitù" (potrebbe seguire una lista infinita. Tutto è "politica")
Una volta sgomberato il campo da problemi linguistici e pratici di qualsivoglia genere, appare più decisa l'importanza - almeno per quanto mi riguarda - di essere un parresiaste. Si tratta, per così dire, di una questione di principio. Mi piace pensare che sia chiaro quello che mi esce dalle labbra, anche se spesso finisco a litigare con qualcuno a me molto, molto caro. Il fatto è che ho ricevuto - e mi sono impartito da me, col tempo - un'educazione secondo la quale stare zitto di fronte al mondo sarebbe sempre stato peggio che dire una stronzata. Col passare degli anni ho imparato a ricredermi su alcune questioni, ho imparato a chiedere scusa e a rivedere ciò che consideravo delle (quasi) certezze. Ma mi è sempre stato lampante come non dire la verità, non dirla ad alta voce, o magari mascherarla in nome di un inesistente quieto vivere, fosse soltanto un'illusione di tranquillità. Una pippa mentale, se si preferisce. Un atto di sottomissione davanti alle ingiustizie che - quando non mi coinvolgono direttamente - coinvolgono il mondo intorno a me. E quindi anche chi amo. Forse una notte insonne, una notte davvero brutta, ripensando a una telefonata finita male sono una parte del costo di questo mio modo di essere. Ma costerebbe di più fare finta che tutto vada bene, che lo status quo sia semplicemente necessario, e immutabile.
Costerebbe la mia libertà. La tua. La nostra, e quella di tutti, che tu ci creda o no. Se ti amo, se ti amo davvero, allora devo difendere questa nostra libertà. Ed è questa la più grande dichiarazione d'amore che un uomo libero potrebbe mai farti. Che tu ci creda o no.
Mi si accusa - più o meno velatamente, più o meno in tono di reale rimprovero - di parlare troppo di "politica". C'è troppa politica in quello che scrivo, troppa politica in quello che dico, troppa politica perfino in quello che mangio e bevo. Aggiungiamoci una mia - reale, va ammesso - particolare inclinazione verso il lato "complottistico" delle cose, e il gioco è fatto: automaticamente sono trasformato in un rompicoglioni che non può fare a meno di cominciare un discorso da un argomento qualsiasi, per approdare alla lotta di classe, alla rivoluzione, o magari alla P2 (vedi post precedente). Qualcuno, ingenuamente, mi dà del "comunista" che non sono, altri semplicemente non capiscono, e sorridono compassionevoli, prendendomi per un soggetto affetto da ossessione-compulsione nei riguardi di tutto ciò che riguarda la "sfera politica" del mondo.
In realtà, le cose stanno in maniera lievemente differente. Cave ab homine unius libri, diceva un filosofo che di certo "compagno" non lo è mai stato. E non era Stalin, era San Tommasod'Aquino.
Più si va avanti all'interno di un proprio percorso - di letture, di discorsi, di visioni, di esperienze di vita vissuta - più si apprendono elementi diversi, provenienti da fonti differenti tra loro. Alcuni ritengono che sia giusto basarsi su questi elementi per estrapolare la propria visione del mondo. Ma non tutti. Vi sono altri che, prima di riflettere, ritengono necessario incrociare e mettere in relazione questi elementi, per poi osservare un quadro unitario sicuramente più vasto ed esplicativo dei singoli fattori giustapposti. Io, in my humble opinion, cerco di non fermarmi nemmeno a questo passaggio del procedimento: diciamo pure che, forse approfittando di una naturale predisposizione alla speculazione, cerco di estendere queste relazioni fino al campo dei "se". Quello che ne esce fuori - mi piacerebbe potesse somigliare all'effetto della spezia in Dune di Frank Herbert, ma purtroppo non è così - mi dà davvero gli elementi per poter costruire una mia idea. E da lì partono le mie riflessioni: da una rete incrociata di elementi posti in relazione tra loro, estesi nel campo della possibilità. E' per questo che, se mi viene offerta una Sambuca Molinari mi viene spontaneo rifiutare: so che la Molinari finanzia Forza Nuova. Per questo, se parlo di televisione spazzatura, mi viene facile pensare alla massoneria deviata italiana. E infine, davanti a un libro di Pietrangelo Buttafuoco, mi viene normale richiamare alla mente il revisionismo fascista degli ultimi anni. E' anche per questo che se scrivo un racconto, compongo un pezzo, o inizio a dare vita a un progetto, cerco di costruire il tutto a partire su basi esaustive, ampie e - com'è naturale conseguenza - politicizzate. Di cosa ci si dovrebbe stupire? Un'analisi presuppone qualcosa: non dico un punto d'arrivo, ma almeno un'analisi in sé. E allora non vi lamentate se "parlo di politica": c'è chi teme la persona che ha letto un solo libro, io temo la persona che parla su un solo livello. Sarà che a forza di scolarsi l'assenzio, assistendo a spettacoli di cancan, i cosiddetti "intellettuali" se lo fecero mettere nel culo già in passato: non ci tengo a replicare l'esperienza scrivendo opuscoli "leggeri", ascoltando musica "leggera", o affrontando discorsi "con leggerezza".
E tutto 'sto bel pippone ve lo siete meritato, perchè mi avete rotto i coglioni con 'sta storia che "politica = noioso". Forse "politica = pesante", ma se non riuscite a digerire discorsi complessi, beh, tornate ai cartonati della Pimpa (con tutto il rispetto per Altan) e non prendetevela con me. Porcamadonna.
Fa caldo, e Rocco Buttiglione vuole il gelato alla buvette. Probabilmente l'iniziativa verrà appoggiata anche dall'attuale maggioranza, magari nel tentativo di rianimare Fassino con un po' di zuccheri. Senza considerare che anche dalla Camera dei Deputati qualcuno sarà felicissimo di poter raggiungere il punto ristoro del Senato, allietando l'arsura di luglio.
Dicono che, in seguito alla proposta, Gasparri abbia chiesto come mai nessuno gli aveva mai parlato della buvette. Lui il gelato lo prendeva sempre alla fragola, al limone e al pistacchio (perchè gli ricordano la Fiamma), ma che il gelato alla buvette lo vuole provare assolutamente. Bello de zio.
Via e-mail, principalmente. Oppure puoi provare con un rito di evocazione. In quel caso, occhio ai sigilli e agli ammenicoli. Correresti il rischio di chiamare qualcuno di incazzoso, su questa terra. Non che l'idea non mi faccia piacere, anzi.