E due. Spero sinceramente di non dover tornare un'altra volta sullo stesso argomento, almeno non nell'arco temporale della stessa stagione. In estate, si suda già abbastanza per il caldo, e alzarsi la pressione in maniera innaturale non è pratica nè buona, nè giusta. Ma visto che il tema, come il destinatario di questo post, mi sta particolarmente a cuore, ben venga un nuovo post sulla politica
tout-court. O meglio, sull'
importanza di essere un parresiaste.
Argh. Parolaccia. A 'sto punto, qualcuno penserà, sarebbe stato meglio leggere roba come "struttura e sovrastruttura", "socialismo libertario", termini del genere, insomma. Eppure, rendiamo onore a quel minimo di proprietà linguistica che dovrebbe competere a degli esseri umani, addentrandoci nei misteri delle parole ad etimologia greca. Segue descrizione:
Parresia: (παν = tutto + ρησις / ρημα = parlare / discorso), letteralmente traducibile con "dire tutto", inteso comunemente come "parlare liberamente" o "parlare coraggiosamente". Nel Nuovo Testamento si trova questo termine in relazione al parlare apertamente e con convinzione delle proprie opinioni anche di fronte ad autorità politiche o religiose. Foucault ne dà un'interpretazione intesa come parlare liberamente della verità, senza retorica, manipolazione o generalizzazione. Più ampiamente, può essere usato nel significato di parlare, asserendo la verità, senza timore di chi si ha di fronte, enunciando (o spiattellando se preferite), la verità stessa così com'è, senza fronzoli. Anche a costo di suscitare reazioni di rabbia, delusione, o un'infrazione del - fottutissimo - politically correct.
Seguono esempi:
Caso Mele: "Non mi stupisce che un democristiano difenda e imponga i valori cattolici per gli altri, ma per sè tenga puttane e cocaina. D'altra parte, la storia è costellata di Papi dediti a orge, e in più il signor Mele ha l'immunità parlamentare"
Legge Biagi: "La Legge Biagi tutela i padroni, consegnando loro dei perfetti robot destinati ad essere sottopagati a vita. Già il lavoro andrebbe abolito di per sè, almeno non chiamiamo questa merda flessibilità, ma schiavitù"
(potrebbe seguire una lista infinita. Tutto è "politica")
Una volta sgomberato il campo da problemi linguistici e pratici di qualsivoglia genere, appare più decisa l'importanza - almeno per quanto mi riguarda - di essere un parresiaste. Si tratta, per così dire, di una questione di principio. Mi piace pensare che sia chiaro quello che mi esce dalle labbra, anche se spesso finisco a litigare con qualcuno a me molto, molto caro. Il fatto è che ho ricevuto - e mi sono impartito da me, col tempo -
un'educazione secondo la quale stare zitto di fronte al mondo sarebbe sempre stato peggio che dire una stronzata. Col passare degli anni ho imparato a ricredermi su alcune questioni, ho imparato a chiedere scusa e a rivedere ciò che consideravo delle (quasi) certezze. Ma mi è sempre stato lampante come non dire la verità, non dirla ad alta voce, o magari mascherarla in nome di un inesistente quieto vivere, fosse soltanto un'illusione di tranquillità. Una pippa mentale, se si preferisce. Un atto di sottomissione davanti alle ingiustizie che - quando non mi coinvolgono direttamente - coinvolgono il mondo intorno a me.
E quindi anche chi amo. Forse una notte insonne, una notte davvero brutta, ripensando a una telefonata finita male sono una parte del costo di questo mio modo di essere. Ma costerebbe di più fare finta che tutto vada bene, che lo status quo sia semplicemente necessario, e immutabile.
Costerebbe la mia libertà. La tua. La nostra, e quella di tutti, che tu ci creda o no.
Se ti amo, se ti amo davvero, allora devo difendere questa nostra libertà.
Ed è questa la più grande dichiarazione d'amore che un uomo libero potrebbe mai farti.
Che tu ci creda o no.