Qualche giorno fa mi è capitato di scrivere di un certo incontro fatto in Facoltà. Per l'esattezza, quello con un ragazzo, che avrà avuto sì e no diciannove o vent'anni, e indossava una maglietta particolare. Una maglietta nera, con stampata su una bella croce celtica bianca, e una frase di dubbio gusto. All'apparenza dunque, un fascista tout court.
Personalmente, dai vigliacchi fascisti le ho prese (gli animali attaccano in branco, e cinque contro uno è il loro gioco preferito), e ai vigliacchi fascisti le ho date (qualsiasi scontro "testa a testa" può risolversi così. La testa rasata e il bomber possono fare paura da lontano, ma se te li immagini coi capelli lunghi, ti accorgi che è solo un trucco, il loro). Per quanto si possa essere pacifici, sotto attacco la difesa è necessaria. Ma durante questo incontro di cui mi accingo a scrivere di nuovo, non c'è stato scontro fisico.
Anzi.
Ci ho potuto parlare.
E nonostante l'accerchiamento da parte di alcuni professori compiacenti - compiacenti a destra - e di due o tre studenti che per "leccare" i suddetti professori scelsero di difendere la "libertà di essere fascisti", tutte le analisi revisioniste e in appoggio al fascismo, furono smontate punto per punto. D'altronde, non è difficile. I neofascisti, tra i loro slogan, hanno una frase che recita "nel dubbio, mena". Noi, nel dubbio, abbiamo letto, studiato e riflettuto.
A meno di repentini cambiamenti di rotta dell'evoluzione, non abbiamo molto interesse nel tornare scimmie.
Il ragazzo, sul momento, ammise di essersi sbagliato, di non sapere. E io, sul momento, decisi che poteva bastare così. Pubblicamente, s'era messa un'altra pietra ad arginare il fascismo, in un luogo importante come una Facoltà universitaria. Se anche lui avesse voluto prendere me, e i presenti, per il culo, l'avrebbe comunque fatto sconfessando il fascismo e l'ignoranza relativa. Pace.
Invece, dopo una settimana, un suo collega di corso mi ha avvicinato, chiedendomi di potermi parlare. E io, che mi aspettavo di tutto - dalle minacce alle offese verbali - sono rimasto basito nel sapere che quel ragazzo era rimasto colpito dal fatto che ci avessi parlato. E che, di conseguenza, non solo non avrebbe più indossato quella maglia, ma avrebbe anche seguito un corso di storia contemporanea per capire davvero. Per di più, al momento in cui il suo collega mi stava parlando, aveva già chiesto e ottenuto proprio da quel suo compagno di corso maggiori spiegazioni sulla democrazia e sui totalitarismi. Io ho risposto, semplicemente, che la cosa mi faceva un piacere insperato, e che sarei stato lieto di offrirgli un caffè e parlare un po' con lui, se ne avesse avuto voglia. A quanto pare, l'invito è stato accolto, in tempi da definire.
Non so se questo ragazzo abbia capito, o se capirà mai, l'importanza di essere antifascista. So però che in lui è nata la curiosità di comprendere, di interrogarsi sulla memoria storica, e su ciò che essa comporta. Nel microcosmo della vita quotidiana, questa è una grandissima Liberazione. Un riproporsi, in chiave individuale e culturale, dei frutti di quella Resistenza che ci prepariamo a celebrare, fra poco, in piazza.
La Resistenza è la lotta continua e quotidiana di chi si batte contro l'ignoranza, la precarietà, il razzismo, il sessismo, e il potere indiscriminato dei fascismi vecchi e nuovi. Ed è anche la forza di parlare con un ragazzo che non sa in un corridoio d'Università, tirandolo fuori dal cieco indottrinamento, per portarlo alla luce del dubbio e della ragione. Raccontare questo episodio è il miglior augurio che possa fare a chi spera e lotta ancora.
Buona Liberazione.