Non c'è cosa più piacevole dello scoprire una passione in comune con un amico. Prendi
Doga, ad esempio: uno potrebbe pensare che i punti di convergenza si fermino alla musica, al raki (che comunque non sarebbe poco) e all'amore per il dolce far nulla, e invece ci siamo ritrovati felicemente uniti nella passione per la
pop art (e per
Batman, ma le conseguenze di questa scoperta avranno la giusta esplicitazione in un altro post). Così, sabato, abbiamo deciso di visitare la mostra
POP ART! ospitata alle Scuderie del Quirinale, che tra l'altro, non visitavo dai tempi dell'esposizione della collezione Guggenheim.
Molte persone non amano la pop art, anzi, la schifano attivamente al grido di "So' bono pure io". Una critica certamente valida, ma più per il novanta per cento degli emulatori venuti in seguito, che per gli autori della prima pop art. D'altronde credo che tutti possano arrivare a comprendere la differenza tra Andy Warhol che espone le scatole Brillo negli anni '60, e un tizio qualsiasi che continua sulla sua falsariga vent'anni dopo, a esporre flaconi di Dash liquido. C'è chi ha avuto i suoi quindici minuti di celebrità, chi la gloria eterna, chi la sua vita di ossessione compulsione. Ma sorvoliamo ogni giudizio estetico. Quello che mi ha veramente colpito, è stata una scena di fronte ad América, América dell'Equipo Crònica. Per chi non avesse un manuale di storia dell'arte in casa (no, non riesco a trovare un'immagine su Google. Google is no more my friend), si tratta di quella tela che mostra una riproduzione seriale del primo Topolino, "disturbata" in uno dei riquadri dalla foto dell'esplosione atomica di Hiroshima. Io non sono uno storico dell'arte. Io non sono nessuno. Ma nonostante tutto, credo che riuscirei a spiegare quella particolare opera a chiunque. Così, dopo aver ammirato con Doga l'ombra di Kennedy e Fanfani (e dopo aver spiegato al povero compositore di Ankara le sommarie vicende della DC filo-NATO in Italia), ci siamo soffermati sul quadro sovraccitato. Al nostro fianco, una bimba con sua madre.
Madre: "E vedi, tesoro, qui c'è tutta la riproduzione seriale che è importantissima per la pop art e per gli artisti di quel periodo perchè è l'esasperazione dell'immagine che diventa oggetto dell'arte, come nella comunicazione di massa che è l'oggetto della critica di tutto il gruppo di autori che..."
La bambina, inutile sottolinearlo, non stava capendo un cazzo. Io e Doga, in una reazione bilaterale italo-turca, abbiamo osservato la madre, con un moto di inquietudine. Ci credo che poi i bambini non studiano storia dell'arte, ho pensato sul momento. Ma il bello, doveva ancora venire.
Bambina: "E quello, mamma?"
E sul suono di quelle parole, la piccola innocente puntava il dito sull'immagine dell'atomica. Io avevo già chiuso gli occhi, attendendomi chissà quale prolissa spiegazione da parte della donna, e Doga aveva fatto lo stesso, ma dalle labbra della madre, è uscito ben altro.
Madre: "Eh... quello, beh, sì, quello è un buco nero, un'immagine disturbata, perchè la serializzazione non vuol dire perfezione e allora l'artista inserisce un fotogramma nero, capisci, tutto nero..."
Sgomento. Panico. Io e Doga ci siamo guardati allibiti, indecisi se correggere l'idiota o meno. Ma la dimostrazione che il salto generazionale non è mai fattore da sottovalutare, è arrivato in nostro soccorso.
Bambina: "A me sembra la bomba atomica..."
E con questa semplice frase, la vittoria della ragione sull'idiozia sembrava ormai scontata. Eppure, c'è sempre un margine di manovra ampio, per la becera ignoranza unita alle forze negazioniste della figura di merda. La madre, assunta un'espressione da Ho-Appena-Visto-la-Madonna-di-Fatima, sorridendo imbarazzata al sangue del suo sangue, pronunciava infatti la sua condanna a morte intellettuale.
Madre: "Ma no, ma no, è un'immagine nera, davvero... e adesso andiamo avanti, c'è ancora tanto da vedere".
A volte vorrei, lo ammetto, vorrei essere padre (o madre).
Nella speranza di riscattare la categoria, non si sa mai.
P.S.: comunque sia, la mostra vale per intero il prezzo del biglietto. Non c'è Girl With Hair Ribbon di Roy Lichtenstein (l'immagine del post, per capirci, a parer mio insuperato modello di bellezza nell'arte contemporanea), ma molte delle opere presenti sono tanto belle quanto sconosciute. Avete tempo fino al 27 gennaio, insomma. La "bomba atomica" è nell'ultima sala del primo piano.