Scrivere un articolo sul Salone del Libro di Torino, e scriverlo con un minimo di sale in zucca, è fin troppo facile, di questi tempi. Ci vorrebbe tanto poco che basterebbe accostare un punto di domanda alla frase "perchè dedicare il Salone del Libro a una nazione palesemente responsabile dello sterminio di milioni di persone", per iniziarlo e concluderlo. Con una domanda retorica, certo, ma sarebbe già sufficiente, visto che delle atrocità da parte di Israele sul popolo palestinese se ne è sempre parlato, e ripetere l'ovvio - anche se può non far male - può stancare i lettori più consumati.
Dunque non mi prenderò nemmeno la briga di scrivere del muro dell'infamia che gli israeliani vorrebbero erigere per "risolvere la questione palestinese", né delle continue incursioni e violenze perpetrate nei Territori Occupati dall'esercito regolare israeliano, né delle tante altre assurdità che quotidianamente Israele pratica nei confronti di chi è stato costretto a vivere senza acqua né cibo nella Striscia di Gaza. Molti altri lo hanno fatto meglio di me, ed è una questione di coscienza andarsi ad informare al riguardo.
Quello su cui davvero mi interesserebbe riflettere, è quanto sia opportuno dedicare il Salone Internazionale del Libro ad una nazione. Parliamoci chiaro: se fosse stato un qualsiasi altro stato, il "protagonista" del Salone, il fatto sarebbe stato forse meno grave?
Nella storia, il potere non ha mai amato troppo i libri. Solitamente, si è sempre limitato a sceglierne uno - che diventava immediatamente "il" Libro, con la "L" maiuscola - e poi ad arrogarsi il diritto di interpretarlo. Perchè un libro può raccontare cosa accade al di là dei muri eretti dalle nazioni. Può insegnare a crescere e a migliorare, può persino essere la stesura inconsapevole di un progetto rivoluzionario, o fonte di ispirazione per un cambiamento. Inoltre, poche cose sono difficili da controllare come i libri. Un solo libro può educare più di mille persone, passando di mano in mano, e può essere raccontato, copiato, distribuito. L'unica soluzione è bruciarli, ma c'è sempre il rischio che qualcuno ne scriva degli altri, o che sopravvivano delle copie. Si possono tentare dei revisionismi più o meno subdoli di un libro - magari di storia, o di filosofia - ma finchè esiste un libro portatore di un punto di vista, sarà impossibile da far tacere.
I libri non cambiano idea, neanche sotto tortura.
Tornando alla domanda di cui sopra, bisognerebbe chiedersi se dedicare il Salone all'America di Bush, alla Russia putiniana, alla Cina genocida nei confronti del Tibet o alla stessa Italia dei tre morti sul lavoro al giorno sarebbe stato qualcosa di meno stupido. E subito dopo, bisognerebbe riflettere su quanto invece valga la pena di mantenere eventi come questo di Torino del tutto neutrali, zone franche di incontro, partecipazione e scambio volte a informare e a creare una conoscenza condivisa e collettiva. Probabilmente, se venisse scritto un libro sulle condizioni di vita dei palestinesi, e venisse distribuito gratuitamente agli israeliani durante un Salone del Libro, qualcuno inizierebbe - se non a comprendere - almeno a farsi delle domande. Portare il simbolo di Davide e Golia in un Salone del Libro, alimenta il mito di una nazione. E parafrasando Toulmin (un allievo di Wittgenstein, tanto per non suscitare idiote accuse di antisemitismo gratuito), trattando come mito il passato, si rende il presente un insieme di dogmi. I dogmi non hanno nulla a che vedere con la libera cultura. Tanto più se questo mito è stato edificato sul sangue e sul dolore di un popolo che è così lontano dal clamore e dagli sfarzi del Lingotto da rischiare di essere cancellato per sempre.