Giovedì, 8 maggio 2008
Scrivere un articolo sul Salone del Libro di Torino, e scriverlo con un minimo di sale in zucca, è fin troppo facile, di questi tempi. Ci vorrebbe tanto poco che basterebbe accostare un punto di domanda alla frase "perchè dedicare il Salone del Libro a una nazione palesemente responsabile dello sterminio di milioni di persone", per iniziarlo e concluderlo. Con una domanda retorica, certo, ma sarebbe già sufficiente, visto che delle atrocità da parte di Israele sul popolo palestinese se ne è sempre parlato, e ripetere l'ovvio - anche se può non far male - può stancare i lettori più consumati.
Dunque non mi prenderò nemmeno la briga di scrivere del muro dell'infamia che gli israeliani vorrebbero erigere per "risolvere la questione palestinese", né delle continue incursioni e violenze perpetrate nei Territori Occupati dall'esercito regolare israeliano, né delle tante altre assurdità che quotidianamente Israele pratica nei confronti di chi è stato costretto a vivere senza acqua né cibo nella Striscia di Gaza. Molti altri lo hanno fatto meglio di me, ed è una questione di coscienza andarsi ad informare al riguardo.
Quello su cui davvero mi interesserebbe riflettere, è quanto sia opportuno dedicare il Salone Internazionale del Libro ad una nazione. Parliamoci chiaro: se fosse stato un qualsiasi altro stato, il "protagonista" del Salone, il fatto sarebbe stato forse meno grave?
Nella storia, il potere non ha mai amato troppo i libri. Solitamente, si è sempre limitato a sceglierne uno - che diventava immediatamente "il" Libro, con la "L" maiuscola - e poi ad arrogarsi il diritto di interpretarlo. Perchè un libro può raccontare cosa accade al di là dei muri eretti dalle nazioni. Può insegnare a crescere e a migliorare, può persino essere la stesura inconsapevole di un progetto rivoluzionario, o fonte di ispirazione per un cambiamento. Inoltre, poche cose sono difficili da controllare come i libri. Un solo libro può educare più di mille persone, passando di mano in mano, e può essere raccontato, copiato, distribuito. L'unica soluzione è bruciarli, ma c'è sempre il rischio che qualcuno ne scriva degli altri, o che sopravvivano delle copie. Si possono tentare dei revisionismi più o meno subdoli di un libro - magari di storia, o di filosofia - ma finchè esiste un libro portatore di un punto di vista, sarà impossibile da far tacere. I libri non cambiano idea, neanche sotto tortura.
Tornando alla domanda di cui sopra, bisognerebbe chiedersi se dedicare il Salone all'America di Bush, alla Russia putiniana, alla Cina genocida nei confronti del Tibet o alla stessa Italia dei tre morti sul lavoro al giorno sarebbe stato qualcosa di meno stupido. E subito dopo, bisognerebbe riflettere su quanto invece valga la pena di mantenere eventi come questo di Torino del tutto neutrali, zone franche di incontro, partecipazione e scambio volte a informare e a creare una conoscenza condivisa e collettiva. Probabilmente, se venisse scritto un libro sulle condizioni di vita dei palestinesi, e venisse distribuito gratuitamente agli israeliani durante un Salone del Libro, qualcuno inizierebbe - se non a comprendere - almeno a farsi delle domande. Portare il simbolo di Davide e Golia in un Salone del Libro, alimenta il mito di una nazione. E parafrasando Toulmin (un allievo di Wittgenstein, tanto per non suscitare idiote accuse di antisemitismo gratuito), trattando come mito il passato, si rende il presente un insieme di dogmi. I dogmi non hanno nulla a che vedere con la libera cultura. Tanto più se questo mito è stato edificato sul sangue e sul dolore di un popolo che è così lontano dal clamore e dagli sfarzi del Lingotto da rischiare di essere cancellato per sempre.
Venerdì, 11 gennaio 2008
No, io quando so che Giorgino Dabliù Bush si trova in Medio Oriente, non dormo affatto tranquillo. Tanto più se qualche giorno fa si è venuti a sapere della scaramouche in acque internazionali tra flotta iraniana e flotta statunitense. Ma non è tanto la tensione quotidiana di questi ultimi anni a farmi riflettere. Piuttosto, è di fronte alle dichiarazioni del Presidente americano nella sua visita al Museo dell'Olocausto, che rimango interdetto. Perchè oltre agli scontati - quanto perfettamente condannabili, sosterrebbe la stessa amministrazione USA, se pronunciate da un "nemico", una "canaglia" - " il male esiste e se il male viene individuato,
bisogna resistergli", o " di fronte ai tremendi crimini contro l'umanità gli animi coraggiosi, giovani e vecchi, devono restare
saldi davanti a ciò in cui credono", il più grande guerrafondaio dell'ultimo decennio ha affermato, senza remora alcuna, che " avremmo dovuto bombardare Auschwitz" (loro, gli Alleati).
Avreste dovuto bombardare Auschwitz, o forse avreste dovuto preoccuparvi prima dei racconti che i profughi tedeschi ebrei facevano alla fine degli anni '30, una volta scappati nel vostro territorio. Avreste dovuto bombardare Auschwitz, ma poi avreste dovuto bombardare i territori palestinesi dove ogni giorno gli israeliani massacrano e umiliano un popolo. Avreste dovuto bombardare Auschwitz, quando avreste potuto liberare un popolo dalla follia nazista ancora prima, o come preferite, preventivamente. E invece avete bombardato, a guerra praticamente conclusa e con un Giappone in ginocchio, i civili di Hiroshima e Nagasaki. Risolvere con i bombardamenti le questioni è - se possibile - ancora più sbagliato, quando consigliato da certi loschi individui.
Lunedì, 1 ottobre 2007
Rigiro e diffondo volentieri - invitando chi legge a fare lo stesso - l'invito lanciato da Emanuele e Tiziana per quanto riguarda l'appello "Gaza Vivrà". Una campagna che si pone l'obiettivo di raccogliere firme non solo per esprimere solidarietà al popolo palestinese, ma anche per tentare - di nuovo - la costruzione di un percorso che porti al termine del massacro di civili nei Territori. Un genocidio che ormai dilania da decenni la striscia di Gaza e il suolo occupato palestinese, e che negli ultimi anni ha trovato nuove "giustificazioni" morali nelle intenzioni dei potenti della terra, che hanno potuto legittimare le loro feroci decisioni accusando Hamas di essere una mera organizzazione terrorista. Ignorando come l'elezione di Hamas non sia che che un sintomo del problema palestinese. E ignorando - o facendo finta di ignorare? - come la repressione violenta nella Striscia di Gaza non avrebbe condotto ad altro che ad un innalzarsi del livello dello scontro, dunque un aumento delle vittime. More dead, more business. Vecchie regole per una vecchia scuola di assassini.
Cliccate sul link per poter scaricare l'appello, e diffondete.
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