Ognuno di noi ha il suo modo per iniziare una giornata. Io - senza citare il necessario rituale dei primi due caffè, che forse da domani non avranno nemmeno più la degna compagnia di una sigaretta - sento semplicemente l'esigenza di acchiappare un volume a caso dalla mia libreria, e leggere qualche pagina. Un buon incipit letterario per un incipit di vita.
Questa mattina, insomma, la mano è capitata su un bel libriccino di Daniel Pennac, Come un romanzo. Il professore francese è senza dubbio più conosciuto per il suo Malausséne, "professione capro espiatorio", attorniato da una famiglia assurda e perfetta a modo suo. Ma Come un romanzo ha un valore insuperabile rispetto a qualsiasi opera di narrativa. In poco più di cento pagine, Pennac sintetizza lo spirito della lettura. E non è poco.
Così, mentre pensavo già di dedicarmi ai "diritti imprescindibili del lettore" (parte IV del libro), la mia attenzione è stata catturata da qualcosa nascosta nel libro. Nessuna esegesi del testo, no. Semplicemente, ho ritrovato una foto, trasformata dal tempo in inconsapevole segnalibro, bloccata tra pagina cinquantotto e pagina cinquantanove.
Sono così abituato a considerare me stesso come un semplice prolungamento dei miei occhiali rossi e della mia barba incolta, che ci ho messo un po' a riconoscermi. Ma c'ero io, in un luogo che per me ha significato tanto in passato, con persone che - sfrondate dalle inevitabili scremature del tempo e della verità - significano ancora molto per me.
Nella foto, ridiamo tutti.
Io a dire la verità devo aver bevuto un bel po'.
Ricordo anche perchè, ad essere sincero.
C'entra qualcosa il mio scrivere, e l'entusiasmo di un maestro di cantina che non ha mai smesso di supportarmi.
Dietro quella foto c'è una scritta, e la grafia è la mia.
Se è una citazione, ho dimenticato la fonte.
Se è mia, perdonerete il tono. Non avevo nemmeno vent'anni
"Abbiamo parlato, e bevuto, e fumato e fottuto così tanto, che perdere un briciolo di quelle emozioni sarebbe peccato mortale. Dimentica il mio nome, ma non dimenticare mai più che abbiamo sorriso nello stesso istante".
Certe cose ti cambiano completamente corso alla giornata. Come il ritrovamento di una foto così. Ora, ci sono almeno un paio di persone a cui vorrei ripetere ad alta voce questa frase. No, più di un paio. Persone che non vedo da anni, persone che ho la fortuna di incontrare ogni giorno (magari per un caffè. Sì, un altro e un altro ancora), chi conosco da tempo immemore e chi ho conosciuto venerdì sera in un ristorante che puzzava troppo di fritto. Non l'ho ripetuta a nessuno ad alta voce, nel corso della giornata. Sono stato troppo impegnato tra riflessioni profonde e magie popolari per la salvaguardia della mia salute psico-fisica. Per questo l'ho scritta qui.
Un giorno tornerò a pubblicare solo articoli cinici, dove racconto di Wagner solo e sofferente nella sua stanza, e di Chopin con il conto aperto al Bar Marani, in quel di San Lorenzo. Ora sono intento in un'approfondita indagine sul colore del grano (cit.).
P.S.: Francé, finchè so' sentimentalone a 'sta maniera va bene. Quando esagererò pubblicamente, non esitare, e colpisci alla nuca.