Sono partito per la Francia due settimane fa.
E in queste due settimane, al di là di una casa in
banlieue affittata da un iraniano alcolizzato e dalle dubbie capacità contrattuali, non sono riuscito a combinare altro che non sia stato costruirmi una posse particolarmente adatta a me. Anarchici alcolisti, compagne preparate e determinate a riaprire campi in Siberia,
freak ecologiste con uno strano concetto di "frigo pieno", milanesi alla moda che alla prima bottiglia sentono il forte desiderio di imitare dei cani sul proprio pavimento. Persino un padovano che parla come un bresciano. E fin qui ho tralasciato il mio fantastico coinquilino dalle innumerevoli sorprese, che tiene ben nascosto nel cappello che ha comprato (il
pork pie va di moda, a Parigi) e i militanti italiani rifugiatisi in terra francese da più di vent'anni.
L'altra sera ero a République, per assistere al concerto che concludeva la manifestazione per i diritti dei migranti.
L'altra sera ero fermamente deciso a conoscere almeno un francese. Almeno uno, per parlare.
Cambia il gruppo sul palco, e vedo tornare il mio coinquilino da un punto imprecisato della piazza, con persone che non conosco.
Ci siamo, dunque.
Il tipo che è con lui mi si avvicina.
Mi tocca le spalle.
Strano modo che hanno i francesi di fare amicizia, penso.
E poi mi fa, implacabile.
"
Ma che davvero sei del Quadraro pure te?".
Ci abbracciamo.
E non so se ridere o piangere.