Sabato, 27 ottobre 2007
Prendetene e gustatene. Dopo settimane di silenzio globale - eccezion fatta per i pochi attivisti reali, e per coloro che sono stati davvero sensibilizzati, o toccati, dalla questione birmana - riemerge il caso Myanmar. Nella maniera peggiore che potesse accadere: il mondo si sconvolge di fronte agli orrori perpetrati dal regime. Volti tumefatti, teste fracassate. Di colpo, tutti interessati - di nuovo - alla sorte del popolo birmano. D'altronde, in Kurdistan sganciano bombe sui villaggi: non restano corpi da vedere. Quindi, cliccate pure sul link in apertura. Ma non chiamatelo impegno. Chiamatelo voyeurismo. La P2, l'Italia l'ha rovinata con il TG4, Cogne e i Teletubbies.
Ah, visto che si tratta di un sito cattolico: il Papa ha detto di pregare per la Birmania. Ora, comprendo che sia un democristiano a capo dell'attuale governo, ma continuo a pensare che orare sia un tentativo di risoluzione di lunga più falso, del manifestare.
Giovedì, 4 ottobre 2007
Quello che bisognava dire, è stato detto. Ora bisogna passare ai fatti, in fretta.
Venerdì, 28 settembre 2007
D'accordo. Va bene la maglietta rossa, va bene anche la fascetta nel layout del blog, "Free Burma". Queste azioni sono azioni dimostrative, importanti, non c'è dubbio. Ma non ci si può nemmeno illudere di "pesare" quanto necessario, di fronte ad una situazione come quella birmana. Hanno staccato - nel senso letterale - Internet in quella nazione (coprendo il tutto con l'ennesima cazzata, stavolta un tubo sottomarino rotto), escludendo un intero paese, un'intera popolazione, per non contare le centinaia e centinaia di giornalisti presenti nel paese, dalla possibilità di inviare e ricevere notizie che non siano edulcorate o completamente modificate dal regime.
Allora parliamoci chiaro. La fascetta in alto nel blog, o la maglietta, non servono a un cazzo. Scendiamo in piazza, piuttosto, usiamo il passaparola non per uno script, ma per riunirci spontaneamente. Poi, da lì, basta che ognuno porti un cartello con su scritto la sua. La buttiamo lì? Buttiamola lì: domani, 29 settembre, alle 16:00 a Piazza della Repubblica. I milanesi facessero a Piazza del Duomo, i fiorentini a Santa Maria Novella e così via. Magari riusciamo anche a sentirci via telefono, a coordinarci, a contarci. Tutto spontaneo, ma sentito e "sentibile". La possibilità di riuscire in questo esiste, e lo sappiamo un po' tutti. O almeno, a me non va di credere che la blogosfera non riesca a dire nulla, se non in caso di un BarCamp, o senza un leader à la Grillo o davanti ad una causa un po' più importante di un Free Hugs.
E che cazzo.
UPGRADE: c'è effettivamente, oggi, un sit-in di Amnesty Internotional tra mezz'ora a via della Camilluccia 551 (così cita la mia fonte), dove si trova l'Ambasciata della Birmania. Domani, invece, sempre di Amnesty, a Milano, in Piazza della Scala alle 16 e 30. Chi può, vada, chi non può si autorganizzi come suddetto, se ha voglia.
Giovedì, 27 settembre 2007
Disponendo di una scelta di indumenti decisamente monotona, nonchè orientata ai colori sociali dell'associazione meno gerarchica del mondo, e potendo contare su delle idee abbastanza chiare sulle giunte militari (queste di ogni colore), credo che domani il mio unico sforzo aggiuntivo sarà quello di scegliere dall'armadio un capo qualsiasi facente parte della categoria rosso. Per quanto le Brigadas Internacionalistas... ok. Fine dell'acuta riflessione socio-estetica-nonècosìcchesicambiailmondomanoncostaniente. Intanto, in Birmania, il regime ha cominciato ad uccidere i giornalisti stranieri per evitare che si possa documentare la repressione - non devono tenere molto alla faccia, i militari birmani, non dico di fronte alla comunità internazionale, ma nemmeno di fronte alle ripercussioni - in barba ad ogni ragionamento un minimo saggio. Confrontiamo il tutto con gli avvenimenti recenti, e abbandoniamoci alle dovute riflessioni.
Ogni regime ha le sue bugie. E i cosiddetti "paesi democratici" non hanno poi interesse ad intervenire, nemmeno di fronte alle stragi, se non c'è qualcosa da guadagnare. Fermi, osservano. E sui tavoli delle riunioni ufficiali, si leggono le notizie dal mondo nel linguaggio dei potenti, un linguaggio dove i fatti non corrispondono mai alla loro reale essenza.
Si può instaurare un regime militare e farlo passare per un'"esigenza di ordine". Si può mantenere un basso profilo di autoritarismo, e camuffarlo da "via di sviluppo democratico" Si può estendere il proprio mandato a vita, diventando dittatori, e farlo passare per un bisogno politico. Si può arrestare un qualsiasi membro della società civile che osi protestare, e trasformarlo in un criminale comune. Si può anche condannare al carcere a vita un Premio Nobel per la Pace, motivando il tutto come una necessità interna.
Ma se si dà l'ordine di sparare sulla folla ad altezza d'uomo, beh... quello è destinato a rimanere per sempre un omicidio volontario. Sotto gli occhi dei "paesi democratici" che, mentre la gente muore, tenta di attuare soluzioni (sono soluzioni, le sanzioni? E sono le stesse sanzioni di Teheran, o sono differenti?) tardive. Da Enduring Freedom a Enduring Lie.
P.S.: la prossima volta che incontro qualche sostenitore dell' "esportazione della democrazia", gli scoppio a ridere in faccia. E poi, come nel 2001 e nel 2004, gli sputo in faccia.
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