Domenica, 6 aprile 2008
In un'epoca di precarietà come questa, ognuno di noi deve avere la possibilità di prendere il primo foglio che capita a tiro, e riempirlo del suo pensiero, fino all'orlo. Messi nella condizione di lasciare il tempo che troviamo, è un diritto e un dovere quello di farne un'arte. Una composizione può avere la lunghezza di una pagina appena, ma la sostanza di un'intera enciclopedia universale, quando l'universo intero - la storia, la scienza, la verità - è sull'orlo del collasso. Una cifra stilistica in un'era simile è un lusso che non abbiamo: in assenza di un monolite a segnare il cammino, c'è materiale in abbondanza per un fitto lancio di piccole pietre. [continua] Clicca qui per visualizzare "Agoge"La scrittura libera è un esercizio salutare, almeno per me. Libera dal disagio che si fatica a comprendere. Le donne - come categoria umana superiore - mi sapranno e mi vorranno perdonare, spero. Al solito, la diffusione è ben accetta e ringraziata anticipatamente. Impressioni, opinioni e ciò che ne consegue via commenti o e-mail.
Domenica, 27 gennaio 2008
Tecnicamente, si tratta di un portrait in prima persona. Questo è dedicato a Oreste, per motivi che non sa nemmeno lui, ed è dedicato anche - parafrasando un noto sconosciuto che in Auletta ha parafrasato un ben più grande Paz - " a chi mi accusa di fare sempre personaggi incazzati". Grazie ovviamente al Primo Lettore Impassibile e ad Andre, che è la mia tessorra. Buona lettura. Clicca qui per scaricare il file.
Sabato, 10 novembre 2007
Quando uno scrive, scrive, e va bene così. Ma quando bisogna - e si vuole - scrivere per qualcosa che riguarda molte persone ( chi c'era e chi non c'era), allora l'atto stesso della scrittura diventa qualcosa di più. Non vi aspettate mirabolanti avventure in prosa, perchè dietro al word-editor ci sono sempre io. Ma sentivo di dover scrivere qualcosa riguardo ciò che sta accadendo ai 25 compagni condannati a 225 (!) anni di carcere per i fatti di Genova, un contributo autonomo e indipendente a chi si occupa di fare giustizia nelle ingiustizie di Stato. All'interno del PDF troverete il link, oltre che nella colonna di destra, al sito di Supporto Legale (lo piazzo anche nel post, che male non fa). Se vi dovesse piacere il racconto, sentitevi pure liber* di diffonderlo o citarlo, as usual. Se vi dovesse fare parecchio schifo, fate comunque un pensiero sull'effettuare una donazione a Supporto Legale, perchè la situazione è decisamente critica. In ogni caso, ci vediamo il 17 a Genova.
Scarica il racconto "Sin Cesar" in formato PDF (stavolta il file pesa un po' perchè c'è il manifesto del 17. Diffondetelo!) P.S.: del racconto sto facendo anche la sceneggiatura. Non chiedo ZeroCalcare (sarebbe un sogno troppo bello), ma se qualcuno volesse farsi avanti per illustrarlo, la mail ce l'avete.
Domenica, 14 ottobre 2007
Il Pugliese aveva una teoria ben definita sulla psicanalisi, freudiana e non. Una teoria che, conoscendo il suo passato di raver della prima ora, era completamente giustificabile, se non proprio condivisibile. “Io non capisco”, ripeteva ogni volta che conosceva qualcuno impegnato in un ciclo di analisi, “come sia possibile spendere più di centomila lire all'ora, per rimanere sdraiati su un lettino, confidando le proprie paure ad un perfetto sconosciuto”. E dopo qualche secondo di esitazione, una volta messo a proprio agio l'interlocutore con quel suo linguaggio capace di ispirare fiducia dalla prima parola, proseguiva: “Non conoscendo l'esistenza dell'acido lisergico, voglio dire”.
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Martedì, 6 febbraio 2007
Quella dannata lapide era troppo, troppo tirata a lucido, in confronto al marciume che sembrava regnare incontrastato nel fazzoletto di terra che la ospitava. Nemmeno fosse stata recente, poi. Erano passati quattro anni da quando si trovava lì, in quel preciso, identico punto. Dunque dovevano essere quattro anni che qualcuno si prendeva la briga di ripulirla. "Stupidi", pensò Holly, "come se potesse cambiare qualcosa". Posò in terra lo scatolone che aveva con sè, sigillato alla meno peggio con del nastro da pacchi, del tipo impiegato dagli addetti al servizio postale. E dopo aver ripreso fiato, con le unghie pulite e curate, aprì il lato superiore dell'involucro, estraendo un vecchio orsacchiotto spelacchiato. "Questo", esclamò ad alta voce, all'indirizzo della lastra di marmo bianco, "è per i tuoi schifosi giocattoli che dovevi portare con te in ogni trasloco. Ogni appartamento doveva perdere almeno dieci metri quadri di suolo calpestabile per dei... pelouche. Pelouche, dico io. Che schifo". Holly gettò in terra il pupazzo, a pochi centimetri dalla lapide. E subito si piegò sulla scatola, per tirarne fuori qualcosa di diverso. Un volume dalla copertina ingiallita. "I tuoi libri. I tuoi noiosi libri di marketing e management. E poi, cosa ne hai fatto? Nulla. Studiare economia tutta la vita, e ritrovarti a lavorare per un'azienda di cosmetici, in catena di montaggio. Complimenti. Complimenti vivissimi". Il volume cadde a meno di un palmo di distanza dall'orsacchiotto di pezza, aprendosi all'incirca a metà. Qualche foglio svolazzò un po' più lontano, ma non c'era abbastanza vento per farlo volare via da quel posto. "E questo? Vogliamo parlare di questo?". Holly stringeva qualcosa tra l'indice e il medio della mano destra. Una di quelle candeline da torta nuziale, una miniatura in plastica e cera di marito e moglie sorridenti, stretti, vicini. Finti. "L'hai voluto tu. Sempre e soltanto tu. E se ci tieni a saperlo, è stato il giorno peggiore della mia vita. Ecco cosa è stato per me". Anche la decorazione raggiunse il suolo, accanto agli altri oggetti. Seguirono un paio di occhiali da sole, cartoline di Parigi sbiadite del 1983, una sciarpa ed una tazzina di caffè scheggiata. Tutto in terra. Tutto accompagnato da commenti, considerazioni, insulti. Rimpianti postumi di una vita che non valeva la pena di essere vissuto. "E tieni anche queste. Le tue fottutissime chiavi di casa". Holly sorrise, mentre roteava intorno all'anulare un mazzo di chiavi tintinnante. "Non ci tornerai comunque mai più. E allora tanto vale tirartele addosso. Con gusto, sai? Quanto è vero che mi chiamo Holly Holder, è con un piacere immenso che te le tiro addosso". Holly scagliò anche le chiavi, con maggiore violenza rispetto agli altri oggetti lanciati contro la tomba. Chiuse gli occhi. Di nuovo un respiro, un respiro profondo, senza guardare davanti a sè. E poi, come se faticasse, tirò fuori dalla scatola una tanica in latta. L'odore di benzina salì immediatamente alle sue narici, diffondendosi intorno a lui. "Quanto è vero che mi chiamo Holly Holder, non sai con quale soddisfazione sto per dare fuoco a tutta questa merda. Non puoi saperlo". Svuotata e abbandonata la latta di combustibile, si allontanò di un paio di metri, tirando fuori dalla tasca uno zippo. "Dimenticavo. Non puoi nemmeno più fumare, ora dove sei. Con questo, non puoi farci nulla". E accesa la fiammella, lo lanciò sulla lapide. Fuoco.
“Holly Holder! Tempo scaduto! E' ora di tornare a casa”. Il più massiccio dei ragazzi fuori l'ingresso, tutti e tre vestiti in larghe tute arancioni in tessuto antincendio, alle prime avvisaglie di fumo, si affrettò a chiamare l'uomo. Gli altri due, dopo un rapido cenno di assenso, superarono il cancello in ferro battuto proprio nel momento in cui Holly si riavvicinava a testa china a quello che l'aveva chiamato. Infilandosi senza dire una parola dentro ad una camionetta bianca, tirata a lucido. Quasi come la lapide sulla quale si era accanito fino a pochi secondi fa. Poi l'inserviente chiuse il portellone posteriore, il tempo di risalire, e mise in moto.
“Sei nuovo, vero?”, chiese quello che sembrava essere il più anziano dei due entrati nello spiazzo in fiamme, quando la vettura era già lontana sulla strada. “Già. Primo giorno. Non mi aspettavo che fosse...questo, il lavoro”, rispose, un po' timidamente. Ma era la verità. Non si sarebbe mai aspettato di trovarsi a dover pulire una lapide a cui qualcuno aveva appena dato fuoco. L'altro rise. “Ma non preoccuparti. Sei solo stato sfortunato nell'avere questa come prima consegna. Sarà la ventesima volta che lo faccio, da quando lavoro in clinica. Alla fine, non ci fai nemmeno più caso”. Il ragazzo tirò fuori dalla tasca della tuta da lavoro uno straccio ed un flacone di detergente. Le fiamme si erano spente quasi del tutto ormai. Niente erba su cui attecchire. Solo resti carbonizzati. “Sì, d'accordo”. L'altro imitò i suoi gesti. E si chinarono quasi in contemporanea sulla lapide. “Ti stai chiedendo perchè, immagino”, sorrise il primo, lo sguardo fisso sul marmo che aveva iniziato a lucidare. “Sì”. Ci mise qualche secondo a rispondere. L'odore di fumo gli dava fastidio. Ma poi, imitando i gesti del ragazzo più esperto di lui, iniziò a cancellare la fuliggine dalla lastra annerita. “Holly Holder è il figlio del primario, Jeremia Holder. Non chiedermi chi è più matto tra i due. Ogni trenta giorni, suo padre gli dà qualche oggetto che gli apparteneva prima di entrare in cura. E lui viene qua, urla, e brucia tutto. Ma il dottore è convinto che non possa fargli altro che bene. Catarsi, dice lui. Purificazione sublimata, stronzate così”. L'altro non era troppo convinto di aver capito. Ma forse non aveva così voglia di conoscere tutti i particolari di quella storia. Non era certo stato fortunatissimo, a vedersi assegnare il servizio civile presso la clinica psichiatrica. Quindi non c'era motivo di lasciarsi inquietare ulteriormente dalle storie folli del branco di pazzi che la abitava. Il più anziano si alzò in piedi. “Dai un colpo di rastrello, prima di uscire di qui. Al resto penserà il vento”. Riprese a lucidare, di buona lena. Il marmo tornava più bianco ogni colpo di straccio che il ragazzo dava su di esso. E pian piano, sotto la cenere, emerse il nome dell'ospite della tomba. Holly Holder. “Allora al rastrello ci pensi tu, ragazzo?” Annuì. Ma soltanto per riflesso.
P.S: Era da parecchio che non scrivevo un racconto. Ma lo dovevo ad una persona. Domani lo rileggerò anche io, sperando che la mia nuova dieta di caffè e sesamo non abbia intaccato le poche capacità cerebrali/narrative.
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