Quando ero piccolo, per me esistevano due sole librerie. Due sole e piccole librerie, per l'esattezza, entrambe nel mio quartiere, a cinque minuti di cammino - e a sette, otto anni, si hanno le gambe davvero corte - da casa mia. La prima era gestita da un amico di mia madre, un arancione che ogni volta riusciva ad infilare, nel nostro paniere di acquisti, qualche volume su Osho, ma che ha il merito ancora più grande di avermi fatto conoscere presto quelle "storielle zen" che col passare del tempo, ho saputo apprezzare (e applicare: in particolar modo il koan del bastone sulla testa). Poi, quando ormai per me era tempo di scuole medie, lui chiuse: non lo rividi più, ma non mi stupirei di ritrovarmelo, in qualche giorno della mia vita, illuminato e illuminante in qualche incontro di meditazione sparso per il mondo. Spero non pronto ad attuare su di me il koan del bastone, per esteso.
E poi c'è l'altra. Chi dovesse passare per il viale sul quale si affaccia, la riconoscerebbe immediatamente, anche non percependola come qualcosa di naturale per sé. Una piccola insegna che reca soltanto la scritta "LIBRERIA", per una serranda minuscola e quasi arrugginita dal tempo, e gli scaffali che, ogni mattina, diligentemente il proprietario estrae dal corridoio interno, e piazza sul marciapiede, per poi prendere posto proprio davanti a loro.
Sono anni che quel signore, solo, non vende un libro. Eppure, ogni giorno, puntuale, apre e lascia che tutte le pagine stampate che conserva gelosamente escano sulla strada, mescolandosi alle persone. Proprio oggi sono passato di lì, e l'ho salutato come tutte le volte che i nostri sguardi si incontrano. Lui sorride, sorride sempre. E il discorso sulla grande distribuzione che - con una Mondadori a un isolato di distanza - gli ha distrutto tutto il mercato che aveva una volta, lascia subito il posto a uno scambio di parole più libere, più sincere e disinteressate.
Su come tutto quello sia la sua vita, un po' la sua missione, anche se non lo dice apertamente.
Su come mio nonno fu uno dei suoi primi clienti, e su quanto sia strano rivedere i suoi lineamenti in me, a distanza di un quarto di secolo dalla sua morte.
Su come, tra i tanti fumetti usati che costituiscono la sua unica fonte di reddito attuale, riesca sempre a trovare qualcosa di giusto per chi si avvicina a quella libreria trasandata con un occhio diverso.
Con un'anima diversa.
Allora, mi ha detto, c'è qualcosa per te. E l'ho preso senza nemmeno vedere cosa fosse. Ho pagato, ho salutato, e ho aperto a caso, mentre già camminavo sulla via del ritorno. Poesia. Touché. Majakovskji. Touché, encore.
VIOLA E UN POCO NERVOSAMENTE
La viola si snervò supplicando
e all'improvviso scoppiò in singhiozzi
con un fare così da bambina
che il tamburo non resse più.
"Bene, bene, bene!"
E, spossato anche lui,
senz'ascoltare tutto il discorso della viola
sgattaiolò sull'infuocato Kuzneckij
e fuggì via.
L'orchestra guardava con indifferenza
la viola che si struggeva tra le lacrime
senza parole,
senza tempo,
e in qualche luogo soltanto
uno stupido piatto stridette:
"Cosa c'è?"
"Come mai?"
Ma quando il bombardone
dal muso di rame, sudato,
gridò:
"Sciocca,
piagnucolona,
asciugati!",
io mi alzai,
barcollando mi arrampicai tra gli spartiti,
e fra i leggii che si piegavano dal capriccio,
gridai chissà perchè:
"Dio mio!",
gettandomi sul collo di legno.
"Sapete viola,
noi siamo estremamente simili:
ecco, io pure
strillo
e non so dimostrar nulla!"
I musicisti ridono:
"Come c'è cascato!
Si è scelto una sposa di legno!
Che balordo!"
Ma io me ne infischio!
Io sono buono.
"Sapete, viola?
Vogliamo vivere insieme?
Eh?"
Nessun commesso piacente di una grande distribuzione può darvi qualcosa di simile, a scatola chiusa. Se, come diceva Faber, troveremo davvero un paradiso anche per "questi nostri paraggi", ecco, in qualche angolo ci sarà una piccola libreria così. E un signore sulla soglia, ad aspettare chi vorrà fermarsi per regalargli qualcosa di essenziale.