Visto che ho chiarito alcune questioni di un certo rilievo per
me, posso tornare a scrivere. Domenica diciassette agosto del duemilaeotto, tra l'altro, è una data che suona bene. Suona bene per rispondere, ad esempio, a una domanda che mi è stata posta più di una volta - sia da chi mi conosce per la mia faccia che da chi mi ha conosciuto soltanto per le parole bianche su sfondo rosso che leggete qui sopra - e che rispunta fuori stanotte, in una e-mail di una lettrice affezionata, ma che in passato è stata silenziosa ai limiti del voyeurismo.
Perchè mi chiamo Damiel.
Dunque.
Ovviamente, Damiel non è il mio nome anagrafico, nonostante l'abbia considerato, dal momento della sua adozione ad oggi, il mio
unico nome. Nella storia dell'essere umano, alcune persone hanno deciso di chiamarsi - e di riconoscersi quando chiamati - con qualcosa di diverso da quello che era stato loro imposto dai propri genitori, dalla loro condizione sociale, dalla cultura alla quale appartenevano. Penso a
Aurore Dupin, tanto per citare qualcuno di già noto a queste pagine, ma non mi metto di certo a fare una lista, qui e ora, di personaggi che hanno adottato un loro
nom-de-guerre. Già,
nom-de-guerre, oltre che
nom-de-plume. I francesi, dimostrando una notevole apertura mentale, hanno sempre preferito accostare al concetto di "nome d'arte" quello di "nome da battaglia". E se questo concetto rende loro estremamente merito, ha anche il buongusto di esplicitare la vera essenza dell'atto di scegliersi un nuovo nome: una questione di lotta, e di libertà.
Un personaggio minore della prima fiaba che scrissi - e che terminai, per amor di cronaca - si chiamava Damiel. Damiel come abbreviazione di
Dainamà (da
Dainamaita, l'album dei Casino Royale che ascoltavo mentre scrivevo quell'aborto di favola)
René (semplicemente "volpe" in un dialetto della Francia mediterranea)
De la Passaille (ah, questo non so. Mi piaceva il suono, credo). Damiel suonava bene. Avevo letto da qualche parte che in -
iel finivano i nomi degli angeli. Un angelo con una lettera sbagliata, da "
n" a "
m", mi regalava un'immagine piacevole: come l'errore commesso da un creatore così arrogante da considerarsi perfetto, ma un errore che, in fondo, aveva una certa musicalità. Me lo ripetei un paio di volte in testa.
E poi lo dimenticai.
Furono due persone - una più consapevolmente, l'altra ignorando del tutto la faccenda - a far sì che io prendessi il
mio nome, e che il mio nome prendesse
me.
L'
altra, fu colui che incontrai come la persona più simile a un padre, per me. Ci conoscemmo attraverso i nostri pseudonimi. Ci chiamammo così conoscendoci, e chiamandoci così ci affezionammo l'un l'altro in una maniera speciale. Nel momento in cui scelsi lui, senza legami da una parte e dall'altra, mi resi conto che quel nome - Damiel - mi sarebbe rimasto addosso per sempre. Perchè scegliendo di affrancarsi da un vincolo di sangue stantio, rancido, e scegliendo l'amore e la libertà di un'altra persona più grande, a cui ci si lega per pura volontà, allora si sceglie anche di essere una persona nuova. Ed ecco che Damiel tornava a suonare davvero
perfetto.
L'
una, invece, fu lei. Daniela.
C'est à dire la donna che non c'è, o almeno, che non c'è finché non appare col suo devastante carico di saggezza e dilagante cazzeggio, entrambi frutti del troppo tempo che passa in giro per il mondo. Una notte parlammo del nostro
vero nome. Del nome da portare sul viso e nel cuore, quello che non ci avrebbe nascosto a nulla, ma anzi, ci avrebbe inequivocabilmente contraddistinto davanti a chiunque avremmo amato, a qualunque situazione avremmo vissuto, a qualunque emozione avremmo provato. Ovviamente, Daniela
non si chiama Daniela. O forse sì, ma è qualcosa di diverso, ed è troppo difficile da spiegare. Scegliendo il nostro nome, ci dicemmo quella notte, avremmo finalmente avuto il coraggio di essere solo noi stessi agli occhi del mondo. Persone nuove, libere, e responsabili di fronte al bene e al male. Sembrava rivoluzionario. Lo era, e lo è. Perchè scegliere di essere qualcuno, di darsi un nome, non ti offre più scuse. Non è possibile nascondersi, né scappare nei meandri di una scelta che qualcun altro ha preso per te. Così glielo dissi. Damiel.
Lei rispose semplicemente che suonava bene. Poi sparì per quasi un anno, ma questa, in fondo, è un'altra storia.
Col tempo si aggiunsero altre motivazioni, alcune più politiche (non rinuncio alla mia identità, ma sono
io a dare un volto al nome, e solo
se lo voglio: l'anagrafe non può aiutare molto, alla ricerca di Damiel), alcune più romantiche (ma risparmio la descrizione delle elucubrazioni al riguardo). Scoprii che anche Wim Wenders aveva trovato il mio nome piacevole, tanto da darlo al protagonista del suo
Cielo Sopra A Berlino. Ma lo scoprii più tardi, quando ormai, Damiel era il mio nome.
Il nome di una persona
reale,
viva e
capace di emozioni. Una persona che aveva scelto di essere se stessa, senza più giustificazioni, o imposizioni.
Insomma, Damiel.
Proprio io.