Perle di saggezza"L'elemento più violento in una società è l'ignoranza"
Emma Goldman Pagine speciali |
Giovedì, 8 maggio 2008Israele e il Salone del LibroTrackbacks
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Sono dell'idea che sia vergognoso dedicare una fiera (e non per forza del libro) a Israele, ma perchè a Stati come quello bisognerebbe creare il vuoto intorno.
Francamente però, la storia di non dedicare una fiera culturale a una nazione non mi persuade affatto. Una nazione è cultura, o almeno culturalmente rilevante (che la cultura della nazione piaccia o meno) per definizione, in quanto agglomerato sociale che germina mistanze, incontri, scontri, creatività, quotidianamente! E questo nemmeno Sharon poteva impedirlo. La cosa scandalosa, e quello sì, è quando tutto ritorna in mano ai burocrati statali, che con la cultura non c'entrano nulla. Ieri leggevo su Il Manifesto delle decine e decine di libri censurati dalla Commissione e che non potranno far parte della Fiera perchè avevano contenuti pacifisti o filopalestinesi. Questa è la vergogna; ma - ripeto - con la cultura non c'entra nulla, sono solo 10 burocrati e politici di regime. Un caro saluto, Emanuele
Stavo per scrivere una risposta - invero abbastanza piccata - al tuo commento, Emanuele, ma mi sono fermato quasi subito preferendo fare un'osservazione. A mio modo di vedere hai usato, consapevolmente o meno non posso dirlo, un trucco che vale la pena smascherare.
Introduci il tuo intervento esternando il tuo disappunto per il fatto che si dedichi una fiera allo "Stato" di Israele - al quale auspichi venga invece creato il vuoto attorno - per poi dirti poco convinto dell'inopportunità di dedicare una fiera culturale ad una "nazione". Prosegui proponendo a sostegno della tua tesi la valenza (almeno) culturalmente rilevante delle nazioni in quanto agglomerato sociale e concludi attribuendo la responsabilità dello scandalo ai burocrati - di nuovo - statali, il che sinceramente non aiuta a disambiguare un discorso che vede il suo asse cambiare repentinamente e in maniera abbastanza arbitraria. Questa tua visione a proposito del rapporto tra "Stato" e "nazione" meriterebbe un chiarimento; in particolare, mi piacerebbe sapere l'atteggiamento che proporresti di assumere nei confronti degli stati cui non si dovrebbe creare il vuoto attorno, così come mi piacerebbe sapere se l'uso che fai delle maiuscole sia voluto o rappresenti un lapsus.
Caro Francesco, innanzitutto premetto che non uso trucchetti quando tento di spiegare le mie posizioni. Quindi non c’è nessun trucco da smascherare, semmai un discorso molto complesso da sciogliere.
Lo Stato e la nazione – volgarmente parlando – spesse volte sono semanticamente identici, per ragioni del tutto comprensibili. Ma in realtà non lo sono affatto. Quella che te giudichi una contraddizione è solo il frutto del distinguo che io applico. Perché lo Stato è un’entità governativa, la nazione è uno spazio geografico popolato da persone, come me e te, che spesse volte non hanno nulla a che spartire con l’operato del proprio Stato. Forse ho troppo sbrigativamente enunciato i due termini, colpa mia. Parlando terra terra, credo che Amos Gitai non sia l’ultimo dei cretini, e come lui chissà quanti israeliani più o meno anonimi, e sarei contento se lui venisse pubblicizzato e promosso attraverso una fiera nel mio Stato. Quindi, tornando a noi, credo che non dedicare aprioristicamente una fiera culturale a uno Stato (poiché esso è contemporaneamente anche nazione, nonostante la differenza osservata) sia sbagliato, perché – spostiamo l’esempio ad una nazione non deplorevole come Israele – sono dell’idea che uno Stato come la Norvegia, o la Germania (etc, etc.) abbia molto da dire a livello culturale, come tutte le nazioni (nazioni!), aldilà dei loro governi. Lo scarto presente nel mio precedente commento era il frutto dello slittamento che Damiel stesso ha compiuto nel suo scritto, passando dal singolo Israele a una valutazione totale e indiscriminata di tutti gli Stati. Le risposte che mi chiedi credo siano già dentro ciò che ho scritto, comunque: credo che non sia sbagliato indire fiere culturali dedicate agli Stati, perché la cultura che sarebbe lì presente non avrebbe (potenzialmente) nulla a che spartire con l’operato governativo dello Stato che rappresenta. Le maiuscole erano volute. Spero di essermi spiegato meglio di prima. Un saluto, Emanuele.
Dunque; siccome sono al lavoro - e in emergenza - non ho tempo di articolare una risposta, mi limiterò dunque semplicemente a chiarire qualche punto come non mi sembra di essere riuscito a fare finora:
1) Damiel per primo, nell'articolo, scambia i termini "stato" (anche le mie minuscole sono volute) e "nazione" con disinvoltura, discutendo di Israele. Ho una convinzione fondata a proposito del motivo di questa apparente spregiudicatezza, ma lascerò chiarire lui, se ne avrà voglia; 2) Nella frase incriminata Damiel chiede, pur con una certa dose d'ambiguità, se sia opportuno dedicare una fiera ad una *nazione*; 3) Io contesto, nella tua risposta, l'utilizzo ingiustificatamente intercambiabile delle parole "stato" e "nazione" per propugnare una tesi, nel merito della quale, volutamente, per ora non entro; di altro non ho parlato esplicitamente; 4) In questa tua ultima risposta rafforzi il tuo pensiero, ma per come la vedo io persisti con l'ambiguità: prima sottolinei con forza la differenza tra stato e nazione, (dissoci completamente il popolo di una nazione dall'operato dello stato che a quella nazione fa riferimento); poi dici che è sbagliato non dedicare aprioristicamente una fiera culturale ad uno stato (nel tuo primo intervento avevi detto l'identica cosa a proposito di una *nazione*) perché esso è automaticamente anche nazione (al netto della differenza osservata, OK); poi ancora vuoi spostare l'attenzione su una nazione "non deplorevole" dicendo che stati come la Norvegia hanno molto da dire a livello culturale, come molte *nazioni*, al di là dei loro governi (mi viene facile leggere: al di là degli stati cui fanno riferimento). In poche parole mi sembra che tu tratti stato e nazione come sinonimici quando ti torna comodo, riservandoti poi di operare distinguo arbitrari, a seconda di ciò che serve alla tesi che vuoi portare avanti. T'assicuro che non sono cacacazzi tanto per il gusto, Emanuele; e comunque, non sui blog. Il fatto è che per me la critica della nazione è un tema caro quasi quanto quella dello stato, che lo è sommamente; e quello che ho da dire, in proposito, cambia - e parecchio - a seconda di come interpreto quello che dici. |
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