Campo lungo su un treno che si allontana troppo velocemente dal luogo dal quale parte, e che tenta di raggiungere troppo lentamente la sua destinazione. Sette finestre quadrangolari, e tutte e sette lasciano la stessa pallida scia luminosa negli occhi degli osservatori che, distratti, stanziali, osservano senza attenzione il passaggio del treno. Scivola sul primo, il secondo, poi il terzo oblò, superando la coppia di uomini d'affari, intenti nella lettura del loro quotidiano del mattino, già
troppo obsoleto, nella loro mentalità così proiettata verso il domani ipotetico delle borse e dei mercati azionari, che scorrono con occhi svogliati, per ingannare il tempo che perdono in questo spostamento, tempo perso che li rende così terribilmente improduttivi. Passa oltre anche al gruppetto di militari impegnati a gareggiare tra loro, raccontandosi esperienze di vita assolutamente non verificabili, che diventano reali solo nel momento in cui i commilitoni all'ascolto sono disposti a crederci, per un istante soltanto. E infine chiudi sulla quarta trasparenza da destra, in quel pezzo di latta lanciato a centinaia di chilometri all'ora verso sud. Il capo reclinato all'indietro del ragazzo suggerirebbe una morte sopravvenuta all'improvviso, in silenzio, mentre qualche schienale dietro ci si scambiava allegramente e senza impegno delle
chiacchiere tra perfetti sconosciuti. Ma a guardare meglio – ferma il tuo sguardo su quella finestrella in plexiglass, ti prego – il movimento rapido dei suoi occhi non lascia dubbi sulla presenza di una scintilla vitale, in lui. Debole forse, ma ancora saldamente aggrappata al corpo. Come quando ci si sta per addormentare dopo una lunga giornata estenuante. O come quando si tenta ad ogni costo di resistere agli effetti di un veleno dolce, che concede la grazia di assopire, prima di uccidere senza clamore.
I discorsi intorno non lo scalfiscono neanche un po', come nemmeno l'interfono sembra catturare la sua attenzione. “Benvenuti a bordo del treno diretto per El Saberati”, recita la voce metallica, “non effettueremo fermate intermedie. L'arrivo è previsto per...”. L'esclamazione entusiasta di un ragazzetto, probabilmente più giovane di lui di qualche anno, col fisico quasi completamente modificato da diete ed ormoni in pillole, e il vocabolario già distrutto da una serie di neologismi sofashioned,
copre le ultime parole del capotreno. Le uniche che potrebbero avere importanza per quel ragazzo che tenta di sprofondare nel poggiatesta senza sforzo, per inerzia. Parole perse perchè coperte dall'urletto isterico di un ventenne che sogna una vita di aperitivi, happy hour, cocaina e coca-cola, sfilate di moda. E forse è meglio così.
Ora che non può sapere – e non ha voglia di ricordare – l'ora del suo arrivo, il ragazzo seduto chiude gli occhi. Stringi con dolcezza verso le sue palpebre che scendono. Puoi vederle crollare, e puoi saperlo crollare. Ma senza fragore. Sotto quella pelle, le pupille iniziano a muoversi più velocemente di quanto anche quel treno possa fare. Rapid Eye Movement. Il che sarebbe appropriato, se lui stesse sognando, e non ricordando come ora fa. Qualche giorno fa (ma è trascorso davvero così poco tempo? No, probabilmente ne è passato ancora meno) non era il dondolare del treno a cullarlo, ma l'aspettativa di qualcosa da cui ora si sta allontanando. Ora, mentre una vecchia signora si lamenta a voce troppo alta della scomodità del servizio offerto, e le
rotaie vengono divorate nella corsa verso El Saberati, sta tentando di dimenticare tutto. Riapre gli occhi per un istante solo, spostando lo sguardo fuori dalla finestra, verso il cielo. Ma basta quell'occhiata per lasciargli capire l'inutilità del suo gesto. La notte – e questo è noto – si muove a compassione verso chi langue e verso i gatti, abbracciandoli nel buio, e lasciandoli addormentare. Quando si viaggia così velocemente, però, nemmeno lei riesce ad avvolgere i bisognosi. E allora, a meno di non volersi appellare al diritto dei viaggiatori di costruire castelli di parole inutili, resta
solo il veleno. A piccole dosi. Non per uccidere, non per annubilare la mente, anzi.
Per fortificare il proprio organismo. Abituarsi al veleno. Sopravvivere alla nostalgia.
Guardalo ora. Sta estraendo qualcosa dalla tasca interna della giacca. Un foglio di sgualcito, ma che si ostina a custodire con cura quasi maniacale. E a giudicare da come lo apre – puoi osservare gli occhi che si lanciando direttamente alla ricerca di un verso ben specifico, e non del primo - si può comprendere facilmente come abbia letto già almeno cento volte quella lettera. Ha perso tutto: il suo biglietto, il suo pasto, l'ultima sigaretta del pacchetto semidistrutto che si è ritrovato nelle tasche. Ma non potrebbe tenere lontano da sé quel pezzo di carta, ora. E' una questione di vita e di morte. Perchè senza di quello, non si potrebbe addormentare col sorriso sulle labbra. Così, nella quarta finestra in vetroresina a partire dalla testa del treno, lo puoi vedere leggere le stesse identiche frasi, che lo cullano pian piano. Quelle in cui vede – o crede di vedere – ancora la persona che ha abbandonato per sempre.
Lui non tornerà, mai più.
Non per sua scelta, o forse solo per una motivazione che trova ancora incomprensibile. I militari sui sedili a fianco al suo abbandonano il terreno delle battaglie per lanciarsi nella narrazione di gesta erotiche degne delle migliori maitresse di bordello. Lui pensa per un istante al mattino che seguirà, e glielo leggi negli occhi nell'istante in cui guarda fuori dal finestrino e cerca per un attimo di ristabilire un rapporto decente con la realtà. Poi torna con la testa ben poggiata sul cuscino. Un'ultima letta veloce a quella lettera. La goccia che fa traboccare il vaso. La goccia che lo avvelena e lo lascia addormentare.
Al mattino, quando il treno riposerà sui binari dopo la lunga traversata, scivola sul portellone divenuto ormai una semplice superficie per i colori degli spray. Lo vedrai scendere, e stringersi con più forza il giaccone contro il corpo, abbassando la visiera del cappello sul viso. Per lui sarà una giornata come tante, qualcuno da uccidere, qualcun altro da lasciare in vita. Ma se sarai attento, coglierai un breve movimento del suo braccio. Una sorta di carezza sul petto.
All'altezza della tasca dove avrà riposto il suo veleno.