Oggi, adempiendo ad un dovere che da tempo mi ripromettevo di assolvere, sono andato al cimitero. Mia nonna era palesemente in fibrillazione, presa com'era dalla volontà di svolgere tutto alla perfezione. Mio nonno, invece, non ha fatto che ridere tutto il tempo, e io me ne sono rimasto a sorridere con lui.
Ha riso quando mia nonna - che poverina, non ci sente più - ha iniziato ad urlare di passarle l'acqua per il vaso, e il mio coltello per tagliare gli steli dei fiori. Ha riso quando mia nonna ha iniziato a pulire il pavimento del corridoio di quel "Lotto X", come nemmeno se fosse stata casa sua, probabilmente mandando alla malora il riposo di tutti i defunti sistemati sulla fila di loculi più bassa. Ha riso persino quando mia nonna ha iniziato a cercarmi, perchè io ero sceso giù a raccogliere un fiore di campo rosso da terra. E poi ha riso quando mia nonna, in totale nonchalance,è passata davanti con la scala a una signora che intimava ai suoi figli di piangere, perchè "se non piangete e non pregate, nonno non va in paradiso".
Ecco, non è che in quel momento io stessi proprio guardando lui, ma probabilmente davanti a quelle parole ha riso più forte.
Il fatto è che i cimiteri li costruiscono per far sembrare tutti i morti uguali. Tutti in fila ad aspettare un mazzo di fiori freschi, una preghiera o un pensiero, una visita silenziosa o appena bisbigliata. Forse è l'effetto di quelle croci tutte uguali, di quei preti santificati dalla televisione che occupano gli adesivi a basso costo sulle candele, di quelle invocazioni prestampate dai marmisti per non far attendere troppo le famiglie, quando qualcuno se ne va. Se poi pensi che lì, dietro alla lapide di marmo, c'è il corpo di una persona che ha vissuto, e amato, e riso, allora ti rendi conto che magari tutti quei simboli e quei fiori comprati ai banchi dal 24 al 32, hanno ben poco valore, se manca un gesto di reale ricordo.
Allora ho chiesto a mia nonna di scendere dalla scala, l'ho scansata dalla visuale della famigliola burocraticamente in preghiera, e a fianco alla lapide ci sono salito io, arrivando alla meta tra due loculi carichi di Padri Pio e Gesù Cristi e Madonne Addolorate. Ho preso il mio bel fiore di campo, quello rosso, e l'ho piazzato proprio in mezzo ai lilium bianchi, che faceva l'effetto di un Togliatti in mezzo ai preti. Con la manica della felpa ho pulito la foto, e mi sono messo a guardare il tutto. E se ci ho messo un po' più del normale, è perchè avevo anche io qualcosa da dire.
Ci credo, che mio nonno ride. Voleva una lapide senza croci ostentate, e ha la sua foto col suo sorriso migliore, tra i fiori che amava di più. Un povero cristo che sorride. Da quella foto, incastrata tra il sacro a buon prezzo, che se ne frega dei filtri della religione, per tenersi vivo nella memoria. Perchè ogni volta, a vederla, ti vien voglia di ricordarti di lui.
Termina 7 pari la prima partita di calcio a sei (squadre miste) del Collettivo. Durante i 60' di gioco, si distinguono:
Napoli, per la sua capacità di essere contemporaneamente attaccante, mediano, difensore e portiere volante, nonchè per la capacità polmonare elevata, che gli consente di accendersi una Marlboro rossa a trenta secondi dalla fine della partita. Damiel, per la totale mancanza di precisione nel ricevere gli assist, giustificandosi con un "io senza occhiali non vedo una mazza", e per le marcature più simili a scontri di piazza che a contrasti in campo. Frank, per la rapida esecuzione di figure perfette durante i passaggi lunghi. Peccato solo fossero figure di pilates, non intercettazioni. Emanuela, per essere rimasta praticamente immobile nella metà campo avversario per l'intera durata della partita, e nonostante questo aver segnato due goal secchi, senza nemmeno andarci giù di potenza. Doga, per aver indossato la maglietta dell'AS Roma, nonostante la fede calcistica nel Galatasaray. Andrea, per riuscire a parlare della manifestazione di oggi anche durante le marcature a uomo, quando tutti erano col fiato rotto. Francesco, per essere riuscito a parare l'unica azione potenzialmente utile di Frank, inginocchiandosi davanti a lei, e facendola interrompere per esclamare "ma potevo fargli male al viso, poverino". Guido, per aver indossato con orgoglio la maglia del Milan. Anzi se guardate bene, quella è la maglia del Foggia, no no no no no no no (cit.). Una menzione speciale va a Sonia, per il coraggio dimostrato nel voler annusare le magliette sudate di tutti e dodici i giocatori e le giocatrici in campo.
Detto tra noi, sarebbe bello da rifare presto. Tocca smettere di fumare, però. Io stamattina, in Facoltà, ero rotto.
Scrivere un articolo sul Salone del Libro di Torino, e scriverlo con un minimo di sale in zucca, è fin troppo facile, di questi tempi. Ci vorrebbe tanto poco che basterebbe accostare un punto di domanda alla frase "perchè dedicare il Salone del Libro a una nazione palesemente responsabile dello sterminio di milioni di persone", per iniziarlo e concluderlo. Con una domanda retorica, certo, ma sarebbe già sufficiente, visto che delle atrocità da parte di Israele sul popolo palestinese se ne è sempre parlato, e ripetere l'ovvio - anche se può non far male - può stancare i lettori più consumati.
Dunque non mi prenderò nemmeno la briga di scrivere del muro dell'infamia che gli israeliani vorrebbero erigere per "risolvere la questione palestinese", né delle continue incursioni e violenze perpetrate nei Territori Occupati dall'esercito regolare israeliano, né delle tante altre assurdità che quotidianamente Israele pratica nei confronti di chi è stato costretto a vivere senza acqua né cibo nella Striscia di Gaza. Molti altri lo hanno fatto meglio di me, ed è una questione di coscienza andarsi ad informare al riguardo.
Quello su cui davvero mi interesserebbe riflettere, è quanto sia opportuno dedicare il Salone Internazionale del Libro ad una nazione. Parliamoci chiaro: se fosse stato un qualsiasi altro stato, il "protagonista" del Salone, il fatto sarebbe stato forse meno grave?
Nella storia, il potere non ha mai amato troppo i libri. Solitamente, si è sempre limitato a sceglierne uno - che diventava immediatamente "il" Libro, con la "L" maiuscola - e poi ad arrogarsi il diritto di interpretarlo. Perchè un libro può raccontare cosa accade al di là dei muri eretti dalle nazioni. Può insegnare a crescere e a migliorare, può persino essere la stesura inconsapevole di un progetto rivoluzionario, o fonte di ispirazione per un cambiamento. Inoltre, poche cose sono difficili da controllare come i libri. Un solo libro può educare più di mille persone, passando di mano in mano, e può essere raccontato, copiato, distribuito. L'unica soluzione è bruciarli, ma c'è sempre il rischio che qualcuno ne scriva degli altri, o che sopravvivano delle copie. Si possono tentare dei revisionismi più o meno subdoli di un libro - magari di storia, o di filosofia - ma finchè esiste un libro portatore di un punto di vista, sarà impossibile da far tacere. I libri non cambiano idea, neanche sotto tortura.
Tornando alla domanda di cui sopra, bisognerebbe chiedersi se dedicare il Salone all'America di Bush, alla Russia putiniana, alla Cina genocida nei confronti del Tibet o alla stessa Italia dei tre morti sul lavoro al giorno sarebbe stato qualcosa di meno stupido. E subito dopo, bisognerebbe riflettere su quanto invece valga la pena di mantenere eventi come questo di Torino del tutto neutrali, zone franche di incontro, partecipazione e scambio volte a informare e a creare una conoscenza condivisa e collettiva. Probabilmente, se venisse scritto un libro sulle condizioni di vita dei palestinesi, e venisse distribuito gratuitamente agli israeliani durante un Salone del Libro, qualcuno inizierebbe - se non a comprendere - almeno a farsi delle domande. Portare il simbolo di Davide e Golia in un Salone del Libro, alimenta il mito di una nazione. E parafrasando Toulmin (un allievo di Wittgenstein, tanto per non suscitare idiote accuse di antisemitismo gratuito), trattando come mito il passato, si rende il presente un insieme di dogmi. I dogmi non hanno nulla a che vedere con la libera cultura. Tanto più se questo mito è stato edificato sul sangue e sul dolore di un popolo che è così lontano dal clamore e dagli sfarzi del Lingotto da rischiare di essere cancellato per sempre.
Se state leggendo questo messaggio... vuol dire una cosa sola. Mi sono realmente alzato alle sei e mezza per seguire una lezione. Molti non potranno capire tale anomalia, ma è significativo. Molto significativo.
(in macchina sulla Cristoforo Colombo, ma al ritorno. Dopo aver calcolato che sul computer di Francis la parola "male" compare ben 3484 volte, ed essersi ripuliti una mezza bottiglia di brandy armeno [sic], i nostri due tornano verso il quartiere di Damiel, venendo affiancati da una macchina con tre ragazze - di cui due decisamente carine - appena tornate dal litorale. Risuona nello stereo, dalla compilation del fratello di Francis, "Il Triangolo", di Renato Zero)
Fra: (ormai disincantato dalla vita) ... no... ti prego, no... Damiel: (canta, con voce più allegra) ...mentre io rischiereeeeeeeeei... di trovarmi al buio tra le braccia luuuuuuui... Fra: Ma perchè anche ora? Cambiamo, cazzo! (schiaccia nervosamente il dito sul tasto dell'avanzamento di traccia) Damiel: (ascolta la canzone, e dopo due battute, la riconosce) Ma è "I Will Survive" di Gloria Gaynor! Fra: (ripete il gesto, ossessivamente) Tanto te sei cotto, che te frega, eh? Damiel: (riconosce "I Don'T Feel Like Dancin'" degli Scissor Sisters ed esplode) ... BUT I DON'T FEEL LIKE DAAAANCIN' WHEN THE OLD JOANNA PLAYS... (si lancia in balletti ridicoli sulla postazione del passeggero, imitando il video della canzone in questione) Fra: (accelera e avanza di 5 metri rispetto alla macchina delle ragazze, prima di bloccarsi nel traffico, sconsolato) Almeno così posso risparmiarmi l'umiliazione di guardarle negli occhi.
Via e-mail, principalmente. Oppure puoi provare con un rito di evocazione. In quel caso, occhio ai sigilli e agli ammenicoli. Correresti il rischio di chiamare qualcuno di incazzoso, su questa terra. Non che l'idea non mi faccia piacere, anzi.