Oggi
ho manifestato anche io. E devo dire che stavolta, purtroppo, non mi sento molto bene. E non è soltanto la stanchezza fisica, che ormai a quella ci siamo abituati un po' tutti, no. Mi sento proprio
moralmente stanco. Diciamo pure amareggiato.
Certo, la mancata visita di Ratzinger è stata al tempo stesso una vittoria storica e una sconfitta mediatica, entrambe clamorose. L'unica cosa che in cuor mio posso augurarmi, è che almeno un quarto dei manifestanti di oggi e degli scorsi giorni abbia compreso che si andava a contestare non soltanto la figura del Papa e della Chiesa Cattolica all'interno dell'Università e della società, ma anche e soprattutto il Ratzinger teologo, il Ratzinger del processo a Galileo, quello della visione strettamente eterosessuale dell'amore, dell'aborto come errore e omicidio, del divorzio come aberrazione sociale. Il Papa dell'oscurantismo e dell'imposizione subdola e strisciante, in poche parole. Ma non so quanta fiducia riporre in questa speranza. Dei pochi presenti oggi, molti avevano sulla bocca la parola
laicità come Beppe Grillo la parola
giustizia. Fa clamore, fa scalpore, e allora usiamola.
Lasciamoci strumentalizzare.
Quattro compagni - non iscritti a La Sapienza - sono tranquillamente entrati dall'ingresso a via De Lollis, quello che in questo momento i telegiornali nazionali vi mostrano come una grande barricata. Il grosso, però, quelli che sostengono di "averci messo la faccia", erano fermi in piazzale Aldo Moro, di fronte a tre cordoni di guardie. All'interno della Cittadella Universitaria, gruppi fortunatamente esigui di militanti di Azione Universitaria (ex-gioventù missina, ma ancora squadristi), Comunione e Liberazione (ex-gioventù cattolica, ma ancora mafiosi), Forza Nuova e Militia Christi (loro apertamente fascisti e integralisti cattolici), si aggiravano fuori dalle Facoltà, tra saluti romani, "boia chi molla" e cinte a portata di mano. Nessuno ha tentato un'azione di forza, un gesto di qualsiasi tipo per denunciare tutto questo. C'era il camion, c'era la techno, c'erano tante telecamere a filmare "lo stato di polizia che non ci lascia entrare nella nostra Università". Laica, ovviamente.
Io c'ero, oggi, e so che non era così. Il mio è un racconto di prima mano che non ha subito il montaggio delle emittenti televisive. Chi ha tentato di proporre l'ingresso, chi ha tentato di alzare il livello dello scontro in nome di un antifascismo scevro da riflessioni sulle conseguenze mediatiche, è stato messo a tacere. Qualche striscione è stato strappato, gli anarchici sono stati allontanati, gli studenti che intendevano portare un'analisi complessa sono stati zittiti dal rumore della musica. Ecco la verità che non è nei giornali, e non sarà nelle gesta a futura memoria dei "compagni" e delle "compagne".
Oggi
ho visto più liberatorie firmate che striscioni dipinti. I "compagni" e le "compagne", i cui nomi circolano da tempo su parecchie
mailing-list e parecchi comunicati stampa, hanno ripetuto serialmente delle parole d'ordine che più vuote non si sarebbe potuto avere. Non c'era differenza con i politici del grande schermo, nella forma, e non c'era alcuna differenza con i politici chiusi nel palazzo, nella sostanza. Parecchi di loro, finito il corso di studio, finito il mandato presso il Senato Accademico, entreranno in politica. Oggi portavoce, domani portaborse, e forse un giorno avranno addirittura qualcuno che si prenderà la briga di firmare liberatorie per loro. Tecnicamente, non c'è differenza nemmeno tra il Papa e loro: la bocca piena di dogmi, di formule fatte, indiscusse e indiscutibili. Tutte tese al loro guadagno personale.
Mi viene da piangere, adesso. Le televisioni stanno continuando a mandare in onda l'osceno spettacolo di oggi, tra falsi imbavagliati di ogni sponda. I telegiornali di centrosinistra preparano il pezzo-coccodrillo sulle analogie col '68, i telegiornali di centrodestra quello sulle analogie col '77. Che resti questo miserabile post, a memoria di quei dieci lettori. Noi non siamo la generazione "come il '68", non siamo la generazione "come il '77". La mia è una generazione di merda che ogni giorno viene annichilita da una parte di se stessa, nella folle corsa ai suoi quindici minuti di fama, ai suoi quindici anni di poltrona, ai suoi quindicimila euro di stipendio. Quel poco che resta, forse piange come me. E io ho persino il lusso della scrittura, per evadere.
Nella speranza che chi, come me e quei pochi stronzi del mio collettivo, quegli idioti che ogni giorno combattono senza rilasciare interviste, quei pazzi che vorrebbero soltanto un po' di giustizia e serenità ma non scelgono il loro vestito migliore per scendere in piazza, evadendo, lascino ingabbiati nella loro ignoranza "i compagni" e "le compagne" delle vostre TV.