Martedì, 8 gennaio 2008
In uscita Io Speriamo Che Me La Cavo, attesissimo romanzo fantascientifico di formazione ispirato ad una storia vera. Protagonista dell'opera uno studente medio partenopeo che da un comune dell'hinterland di Napoli si trova costretto a raggiungere la sua scuola tra barricate di immondizia, manifestazioni pilotate da fascisti, manichini impiccati, cassonetti bruciati e i temibili Camorristi, una razza malvagia che nei discorsi dei politici sembrerebbe sempre essere inesistente, salvo poi rivelarsi una piaga onnipresente. Ma le battaglia del nostro eroe si farà più complicata con l'ingresso in campo del Macellaio di Genova, affiancato dalle sue truppe regolari. Gli autori (un team di stakeholder, imprenditori del Nord e assessori regionali, che desiderano rimanere anonimi non tanto per continuità col progetto Luther Blissett, quanto per evitare gli avvisi di garanzia) hanno mantenuto la massima riservatezza sul finale della vicenda, ammantando la sorte del giovane protagonista di un velo di mistero (e di diossina). Per una volta però, ci piacerebbe che il finale fosse scritto dalla gente, da chi lotta, da chi si batte per un diritto alla vita senza collusione con chi per anni ha mangiato sull'inquinamento e lo smaltimento dei rifiuti, avvelenando generazioni e generazioni. E basta.
Lunedì, 7 gennaio 2008
Non c'è cosa più piacevole dello scoprire una passione in comune con un amico. Prendi Doga, ad esempio: uno potrebbe pensare che i punti di convergenza si fermino alla musica, al raki (che comunque non sarebbe poco) e all'amore per il dolce far nulla, e invece ci siamo ritrovati felicemente uniti nella passione per la pop art (e per Batman, ma le conseguenze di questa scoperta avranno la giusta esplicitazione in un altro post). Così, sabato, abbiamo deciso di visitare la mostra POP ART! ospitata alle Scuderie del Quirinale, che tra l'altro, non visitavo dai tempi dell'esposizione della collezione Guggenheim. Molte persone non amano la pop art, anzi, la schifano attivamente al grido di "So' bono pure io". Una critica certamente valida, ma più per il novanta per cento degli emulatori venuti in seguito, che per gli autori della prima pop art. D'altronde credo che tutti possano arrivare a comprendere la differenza tra Andy Warhol che espone le scatole Brillo negli anni '60, e un tizio qualsiasi che continua sulla sua falsariga vent'anni dopo, a esporre flaconi di Dash liquido. C'è chi ha avuto i suoi quindici minuti di celebrità, chi la gloria eterna, chi la sua vita di ossessione compulsione. Ma sorvoliamo ogni giudizio estetico. Quello che mi ha veramente colpito, è stata una scena di fronte ad América, América dell'Equipo Crònica. Per chi non avesse un manuale di storia dell'arte in casa (no, non riesco a trovare un'immagine su Google. Google is no more my friend), si tratta di quella tela che mostra una riproduzione seriale del primo Topolino, "disturbata" in uno dei riquadri dalla foto dell'esplosione atomica di Hiroshima. Io non sono uno storico dell'arte. Io non sono nessuno. Ma nonostante tutto, credo che riuscirei a spiegare quella particolare opera a chiunque. Così, dopo aver ammirato con Doga l'ombra di Kennedy e Fanfani (e dopo aver spiegato al povero compositore di Ankara le sommarie vicende della DC filo-NATO in Italia), ci siamo soffermati sul quadro sovraccitato. Al nostro fianco, una bimba con sua madre.
Madre: "E vedi, tesoro, qui c'è tutta la riproduzione seriale che è importantissima per la pop art e per gli artisti di quel periodo perchè è l'esasperazione dell'immagine che diventa oggetto dell'arte, come nella comunicazione di massa che è l'oggetto della critica di tutto il gruppo di autori che..."
La bambina, inutile sottolinearlo, non stava capendo un cazzo. Io e Doga, in una reazione bilaterale italo-turca, abbiamo osservato la madre, con un moto di inquietudine. Ci credo che poi i bambini non studiano storia dell'arte, ho pensato sul momento. Ma il bello, doveva ancora venire.
Bambina: "E quello, mamma?"
E sul suono di quelle parole, la piccola innocente puntava il dito sull'immagine dell'atomica. Io avevo già chiuso gli occhi, attendendomi chissà quale prolissa spiegazione da parte della donna, e Doga aveva fatto lo stesso, ma dalle labbra della madre, è uscito ben altro.
Madre: "Eh... quello, beh, sì, quello è un buco nero, un'immagine disturbata, perchè la serializzazione non vuol dire perfezione e allora l'artista inserisce un fotogramma nero, capisci, tutto nero..."
Sgomento. Panico. Io e Doga ci siamo guardati allibiti, indecisi se correggere l'idiota o meno. Ma la dimostrazione che il salto generazionale non è mai fattore da sottovalutare, è arrivato in nostro soccorso.
Bambina: "A me sembra la bomba atomica..."
E con questa semplice frase, la vittoria della ragione sull'idiozia sembrava ormai scontata. Eppure, c'è sempre un margine di manovra ampio, per la becera ignoranza unita alle forze negazioniste della figura di merda. La madre, assunta un'espressione da Ho-Appena-Visto-la-Madonna-di-Fatima, sorridendo imbarazzata al sangue del suo sangue, pronunciava infatti la sua condanna a morte intellettuale.
Madre: "Ma no, ma no, è un'immagine nera, davvero... e adesso andiamo avanti, c'è ancora tanto da vedere".
A volte vorrei, lo ammetto, vorrei essere padre (o madre). Nella speranza di riscattare la categoria, non si sa mai.
P.S.: comunque sia, la mostra vale per intero il prezzo del biglietto. Non c'è Girl With Hair Ribbon di Roy Lichtenstein (l'immagine del post, per capirci, a parer mio insuperato modello di bellezza nell'arte contemporanea), ma molte delle opere presenti sono tanto belle quanto sconosciute. Avete tempo fino al 27 gennaio, insomma. La "bomba atomica" è nell'ultima sala del primo piano.
Sabato, 5 gennaio 2008
Ho finalmente chiuso i libri, e ne ho anche chiuse un paio, ma continuo a non avere troppo sonno. Scartando la tentazione della pornografia, a un certo punto, navigare in rete non offre poi così tanti svaghi. Comincio a pensare che il web abbia esaurito le sue potenzialità, tra l'altro tralasciando di occuparsi di opere molto importanti. Non capisco proprio come non sia mai venuto in mente a nessuno di scrivere una Sociologia dei File Ricevuti (cartella universalmente riconosciuta come il merdaio più grande del pianeta), o una Epistemologia del CSS. E dire che qualcuno, in Facoltà da me, pensava addirittura di laurearsi con una tesi sul suono di avvio di Ubuntu ( tuturutattàtuturututtà, per intenderci). Certo, potrei essere io l'autore di questi tomi fondamentali, ma sono troppo impegnato nella stesura della mia Semiotica delle Cazzate, un volume che rivoluzionerà il concetto stesso di "segno" e quello di "significato", con buona pace di Francis Ford Coppola (questa, come sempre, è per conoscitori raffinati). Anche se devo ammettere che già vedo all'orizzonte del mio successo letterario schierarsi un manipolo vigliacco pronto ad urlare: "E' troppo facile così! Cazzate se ne fanno tutti i giorni!". Ditelo a me, che un giorno mi sono svegliato faccia nella sabbia, solo e seminudo a Capocotta, dopo una dancehall in spiaggia. Ma comunque, sono pronto a replicare: l'indagine sulle cazzate - per come la gestisco io - è roba seria, mica bruscolini. Io indago a ritroso nel tempo e come l'uomo del Monte, dico di sì solo alle cazzate migliori. Guardate questa foto: La riconoscete tutti? Si tratta di una foto dell'installazione dei tre bambini de merda di Maurizio Cattelan, a Milano, correva l'anno 2004. Ora, dico io, se un autoproclamatosi artista decide di appendere tre manichini inquietanti a un albero, e per di più ha l'autorizzazione del Comune, lasciamoglielo fare. Pure il matto di Tor Bella Monaca che ha scritto sulla via del 20 Express " COME SE SALVEREBE IL MONDO CO LE MINIOTIE CHE SE A FANO COI NEGRI", ha i suoi problemi, scrive delle cazzate immense che lui ritiene "arte", ma non è che nessuno se la prende con lui. E tu da un altro del genere - prendiamo, che ne so, Maurizio Cattelan - non ti aspetti nulla di differente, tutt'al più penserai che mentre il matto di Tor Bella prende le pasticche al Centro d'Igiene Mentale, Cattelan le prenderà in un loft ultralusso a Porta Romana. Che la sua installazione era innocente, anzi, poteva anche dare un tocco di folklore, c'era arrivato anche Vittorio Sgarbi, che notoriamente non ha mai capito un cazzo in vita sua. E invece no. No. Come potete leggere tranquillamente qui (eccole, le mie fonti storiografiche) il riciclo dei manichini del negozio 012 Benetton ad opera di Cattelan scatenò reazioni terrificanti da parte dei consiglieri comunali di Alleanza Nazionale. Tanto per citare fedelmente, Stefano di Martino disse: " Così si dà sfogo alla fantasia malata della gente. Un'amministrazione di centrodestra non dovrebbe promuovere questi progetti". Parole pesanti, insomma. Che certo, testimoniano come quelli di AN abbiano un QI ancora minore di Sgarbi e di Cattelan, però a ben pensarci AN è sempre stata un baluardo dei valori tradizionali. Non ti aspetteresti mai, insomma, che loro possano fare lo stesso, no? Guardate questa foto:
 Questa forse non la riconoscerete, di foto. Eppure sta su tutti i giornali. Si tratta dei 21 manichini impiccati agli alberi di Napoli, come segno di protesta nei confronti dell'amministrazione locale, l'altroieri. Chissà quale oltraggio al pudore, chissà quale fantasia malata avrà potuto compiere tale atto! In una città come Napoli poi, che attualmente sembra una polveriera. AN difenderà i valori morali a spada tratta anche questa volta? No. Semplicemente no. Come potete leggere qui, ma ancor meglio qui, sembrerebbe proprio che i promotori di questa iniziativa appartengano ad Alleanza Nazionale. Che (cito dal noto giornale scandalistico, il Corriere) tanto per non farsi sgamare hanno ben pensato di non lasciare tracce: "Secondo fonti della Digos partenopea, che indaga sulla macabra messa in
scena (con lo slogan «Addio a 'stu munno 'e munnezza!») , la
responsabilità dei manichini - appesi senza testa né arti - sarebbe
legata al circolo di An del quartiere Vicaria-Mercato. Sui manifesti
sarebbe segnalato anche il blog del capogruppo provinciale Luigi
Rispoli." A questo punto, le ipotesi sono diverse. Invidia nei confronti di Cattelan (" ci ha pensato prima lui, ma ora noi ne mettiamo 21! Siamo più forti, gah, gah!")? Pura e semplice mancanza di pudore? Assenza di raziocinio? Forse. O forse, soltanto un'altra cazzata. Spero che questo estratto dal mio futuro capolavoro abbia giustificato l'esistenza stessa del mio operato. Comunque, vi terrò al corrente di ogni sviluppo della vicenda. Chissà se Cattelan, adesso, querelerà per plagio il partito di Fini? Ma magari se prima gli danno le pillole non se ne accorge nemmeno, e pensa alla sua prossima opera. Immondizia per le strade, come installazione segnale del degrado. Che magari i napoletani non lo querelano, lo spellano vivo.
Venerdì, 4 gennaio 2008
Sogno un mondo dove Carlo Conti, in diretta TV all'interno del suo programma "L'Eredità", si alzi in piedi urlando "La parola misteriosa signora, è ABBACCHIO! Sì, signora, proprio ABBACCHIO", per poi vagare seminudo e infoiato per lo studio, cercando soubrette da molestare, come è di moda nell'ambiente dello spettacolo e del centrodestra. E la RAI costretta a sospendere le trasmissioni per "problemi tecnici e prove tecniche di trasmissione".
No, in effetti mi piacerebbe soltanto - tra una pausa e l'altra dalla Storia - riuscire a cambiare template. Non credo di riuscirci, ma ci proverò, o al limite tornerò ad analizzare la democrazia italiana dal '46 al '70. Prove tecniche di trasmissione.
Dieci minuti alle nove. Apro gli occhi. Dritto in cucina. Prima il caffè da mettere su, poi in bagno a lavarsi, vestirsi. Il caffè esce dalla macchinetta nello stesso tempo che il computer impiega ad accendersi. Nel frattempo, Moleskine: appunti per oggi, una scorsa alla giornata di ieri. E mentre leggo quei fogli di carta, giro il primo spino. Verso il caffè, trangugio il mix zuccherato nella tazzina, accendo il joint e leggo feed e ANSA. Spengo il pc, prendo i libri e i quaderni, saluto, esco di casa.
E tutto questo in dieci minuti, segno che l'orologio biologico meccanico funziona ancora. Benvenuta, sessione invernale.
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