Sabato, 10 novembre 2007
"Il cantante del gruppo appena salito, e già pronto a suonare -una formazione punk di soli studenti calabresi fuorisede, che proponeva una selezione di pezzi politici nel dialetto più stretto possibile di Vibo Valentia e hinterland – prese il microfono, palesemente imbarazzato. “Ehm... ci hanno detto i compagni del collettivo della facoltà che... subito dopo di noi ci sarà una... piccola, sì... una piccola discussione generale qui sul palco e... sì, rimanete qui per partecipare, sì”. Mi portai una mano alla fronte, in perfetta sincronia con la reazione della folla. Quindici secondi netti di “Dio caneeeeee!” risuonarono nell'atrio, urlati da qualcuno tra il pubblico. Qualcuno con un forte accento valsusino. Almeno un risultato era stato raggiunto, dunque. Il movimento No TAV era presente e partecipe, in questa festa d'ateneo. E bestemmiava a gran voce insieme a noi."
S'è fatta una certa, dicono dalle mie parti. Ma avevo due cari amici da placare prima di concedermi alle grazie del sabato sera domestico.
Venerdì, 9 novembre 2007
Per fortuna che c'è Fabri a risollevarmi la giornata, segnalandomi l'uscita dell'ultimo libro di Stefano Benni, La Grammatica di Dio - Racconti di Solitudini (come sempre edito da Feltrinelli, 272 pagine per 14 euro di spesa). Sembra che il Lupo sia tornato ai racconti, stavolta meno dolci e spensierati rispetto alla saga del Bar Sport. Ma probabilmente, era da Margherita Dolcevita che un cambiamento stilistico si lasciava sentire nell'aria. Devo correre in libreria. Ho un altro paio di motivi per farmi passare 'sta bronchite.
Giovedì, 8 novembre 2007
Titolo: La Mummia ( Ленин) Anno di produzione: 1917-2007 (alla faccia delle lavorazioni brevi) Regia: Vladimir Il'ič Ul'janov Cast: Oliver Dilibert, Frank Jordan, Maurice Jasperrs, Luke Volontè, Sergio Boschiero (ma questo chi cazzo è?) Trama: In occasione del novantesimo anniversario dell'Impero dei Faraoni Sovietici, un avventuriero proveniente da un noto paese del Mediterraneo si lancia nell'ardua impresa di scovare la mummia del primo capostipite della dinastia Bolscevica, allo scopo di poterla portare nella sua patria, conservandola per sempre come un tesoro. Ma la maledizione che aleggia sul corpo di Lenin provocherà una serie di reazioni paranormali che daranno filo da torcere al nostro eroe, fino all'inaspettato finale. Recensione: L'ultima fatica di Ul'janov, noto per il suo capolavoro (Le Tesi di) Aprile, da non confondere con Aprile del dilettante Nanni Moretti, porta con sè una poetica di stampo post-surrealista che pochissimi maestri del cinema mondiale potrebbero esprimere con la giusta modulazione. Fin dalla prima scena, lo spettatore rimane a bocca aperta nel seguire le folli avventure di un Oliver Dilibert che non sembrava più capace di tanta grinta dai tempi di Fallo con me il testa a testa, lo split-movie interpretato da lui e Silvio Berlusconi. Azione e intrigo si mescolano quando il malvagio Maurice Jasperrs tenta di bloccare l'eroe nella sconfinata terra sovietica (l'esito del suo complotto dovrebbe essere palese, essendo Jasperrs stato chiamato a recitare de Ul'janov per la sua maestria nell'interpretare personaggi cattivi quanto stupidi). Ma la vera chicca è assicurata dall'esordiente Sergio Boschiero, il cui personaggio si rivela essere un'altra mummia - bendata con le insegne dei Savoia - risvegliata dalla maledizione gravitante attorno alla salma di Lenin. Momenti di grande ilarità ci sono invece regalati da Luke Volontè, che come sempre, dimostra di saper fare del nonsense e dell'ignoranza una perla del cinema comico. Assolutamente vivido e forte lo sguardo basito della folla, che come un personaggio corale, riempie la narrazione per immagini con la sua presenza quasi muta ma imponente: da non perdere la battuta in cui uno dei quattro milioni di precari che viene a sapere dell'impresa di Dilibert esclama " Ma qua noi stiamo con le toppe al culo e questo invece che allo stato sociale pensa alle mummie?". Una vera perla della cinematografia internazionale di ogni tempo. Voto: 90 su 100 (non osiamo immaginare cosa uscirà fuori per il centenario)
Mercoledì, 7 novembre 2007
Perchè come dice qualcuno, lo spettro si aggira ancora. E a novant'anni di distanza, fa ancora paura.
Girando per la rete, in attesa che la febbre scemi un minimo, ho scoperto che adesso le fanzine d'oltremanica e d'oltreoceano si definiscono "riviste xerox-published". Bello, molto bello, ma non vedo tutto questo gran vantaggio, ad utilizzare il termine inglese, piuttosto che l'italiano "fotocopiato". Sono vezzi lessicali, comunque.
Il punto, piuttosto, è un altro: che fine hanno fatto le fanzine?
Parecchi concordano su come sia stato il web a sancire definitivamente la fine delle produzioni indipendenti su carta. Io non sono d'accordo su questo. Internet sarà pure uno strumento più rapido di diffusione di certe notizie, sicuramente più interattivo (non c'è bisogno di chiamare, terminato di leggere le dieci-dodici pagine, il numero scritto in un carattere assurdamente piccolo di qualche punk così coraggioso da esporsi agli insulti: basta una mail), e soprattutto, completamente libero dai costi di produzione (vuoi leggere? Clicca qui, e facciamola finita). Altri puntano il dito contro "la morte dei movimenti", ma nemmeno questa tesi mi sembra troppo appropriata. Se fosse davvero il ristagno culturale il motivo della fine delle fanze, non si spiegherebbe il continuo sorgere di web-zine o e-zine, create col solo obiettivo di replicare le loro cugine cartacee. Detto questo, credo che la causa della scomparsa delle fanzine sia pura e semplice pigrizia. Perchè le fanzine non erano mai una semplice trasposizione di testi e immagini su di un foglio. Era puro copincolla creativo. Collage, ciclostile, fotografie, fotocopie di tavole originali e manoscritti: e tutto questo doveva anche essere organizzato in una maniera piacevole per la vista. Uno sbattimento in piena regola, a partire dalla creazione, per arrivare all'organizzazione finale: porta in tipografia, paga la copisteria, risistema in ordine tutti i fogli, spillali. Qualche inserto spariva sempre (io credo di avere almeno una dozzina di fanzine della mia collezione amputate dai pezzi fondamentali: i compagni si sono sbagliati, e pace all'anima loro).
Ma poi... poi arrivava sempre il bello. Il momento dello "smazzo", per intenderci. Dance hall, rave parties, manifestazioni, serate, concerti punk, jam: si girava la penisola (e quando andava bene si arrivava anche oltre confine), con l'illusione che qualcuno avrebbe letto e apprezzato il materiale autoprodotto. Si conoscevano persone dal vivo ("La vuoi la fanzine? Un euro. Come è tanto? Ma de che! Eddai, prenditela". Anche se spesso si regalavano, essendo un ottimo modo per far avere il proprio numero di telefono alle ragazze presenti), non come nel regno dei lurker per antonomasia. E poi le fanzine rimanevano. Al di là dei bookmark, delle cronologie, dei permalink. Io ho fanzine di ogni tipo, nella mia libreria. Alcune delle persone che scrivevano là sopra, sono passate al mainstream. Altre sono rimaste nel più puro underground, altre ancora sparite nel nulla.
Ma non proprio nel nulla, no. Rimangono nell'odore di carta vecchia, sporca di vino e chissà cos'altro, delle fanzine.
Il che mi sembra un buon motivo per esserne innamorati.
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