Perle di saggezza"Sta tutto in cosa non c'è. Nei vuoti. Ciò che non riesci a vedere nemmeno quando ce l'hai di fronte...l'Invisibile"
Detective George Harper Pagine speciali |
Martedì, 27 febbraio 2007L'eterna lotta tra me e l'editorDevo sfogarmi. Ergo, devo assolutamente spoilerare qualcosa, anche se immagino che non sarà nulla che non abbiate già potuto capire dai precedenti interventi. La sceneggiatura che sto realizzando è una sceneggiatura cinematografica. Una di quelle con i tempi stretti, perchè la produzione ha decretato per aprile l'inizio delle riprese. Ok, fine dello spoiler. Veniamo a noi. Qualunque essere umano che voglia scrivere una sceneggiatura, in questi favolosi tempi moderni, dovrà usare un qualsivoglia programma di editing di testo. Dal Blocco Note, a Microsoft Word, ve ne sono svariati. Io personalmente uso Open Office, la suite di editing open source e gratuita. Sono scelte mie, di matrice per lo più politica. Resta il fatto che - non avendo mai affrontato un lavoro di scrittura così grande come lo svolgimento di un soggetto in sceneggiatura per il cinema - ho deciso di provare ad utilizzare uno di quegli editor per la sceneggiatura. Tipo Final Draft, o Scrivener, per intenderci. Il vantaggio, nell'utilizzo di questi editor, è di due tipi: in primis, costruiscono da soli l'ossatura della sceneggiatura (sommario, scene references, e così via), e poi ti permettono di avere varie schede aperte per i personaggi, le scene, la trama. Tecnicamente, dovrebbero facilitarti la vita, impedendoti di ritrovare a pagina 83 un personaggio biondo e simpatico di nome Joe quando Joe a pagina 54 è un moretto con i capelli unti il cui unico scopo nella vita è sterminare la razza umana a causa di una pesante misantropia. Certo, questo normalmente non dovrebbe succedere mai. Ma provate voi a scrivere all'orario in cui scrivo io, e utilizzando riferimenti di cronaca presi da ritagli di giornale. Alle tre del mattino, perfino il mostro di Firenze può diventare un tipo interessante e piacevole, sotto una certa (ehm) luce. Almeno per farci merenda. Ed è allora che iniziano i problemi. Legati indissolubilmente all'automazione del software. Mettiamo caso si voglia sviluppare una scena saltandone una dozzina a piè pari. Editor: Non puoi scrivere scena 84. Non esiste scena 83. Damiel: Certo che posso. Sto andando avanti. Editor: Non assicuri una trama logica. Scrivi la 83. Damiel: Non ne ho voglia. Per capire come svilupparla, devo.... Editor: Scrivi la 83. Damiel: ... Editor: Dai, su. Scrivi la 83. Vedrai come sarà meglio. Damiel: (schiaccia ossessivamente ALT + F4 e si mette a leggere un libro) Oppure tentate di inserire in un dialogo il nome di un personaggio morto dieci scene prima. Editor: Joe è morto 8 scene fa. Me l'hai segnalato in un report yesterday at... Damiel: Sì, lo so. Ma è un... Editor: "Joe viene ucciso da Mary durante una colluttazione, IE 64" Damiel: Ricordi sempre tutto, tu? Editor: Mi pagano per questo. Damiel: Comunque è un dialogo. Potrò far parlare i miei personaggi vivi liberamente di Joe? Editor: Fa' come credi, mio caro. Io sono un software di editing per sceneggiatori. Ogni volta che scriverai Joe... Damiel: Devo dirti una cosa. Io... Editor: ...io ti segnalerò il report sul fatto che "Joe viene ucciso da Mary, IE 64". Mi pagano per questo. Damiel: ...ti ho crackato. Non ti ho comprato. Nessuno ti paga per questo. Editor: (apre ossessivamente 45 finestre di report scenografico e si impalla) Ieri sera ho vinto io, tornando ad Open Office. Ma lui è lì. Mi attende. E presto avrò un nuovo scontro. Questo, lo ammetto, mi inquieta.
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Sabato, 24 febbraio 2007I Sei Gradi di Separazione
Sembrava che questa settimana non dovesse finire mai, tra scadenze, consegne, lezioni e appuntamenti. Invece ecco arrivato il sabato. Non che questo comporti una qualsivoglia forma di riposo. Ma almeno, prima di fiondarmi al corso di grammatica musicale, e poi sui soggetti, posso bere qualche caffè in più, in mutande, sul letto di casa mia. Final Draft 7 è comunque lì, pronto ad attendermi, in stile ascia del boia. Comunque, c'è da dire che si scoprono cose estremamente piacevoli, nel mondo dell'editoria. Proprio ieri ho scoperto che un collaboratore di una delle riviste per cui scrivo conosce e lavora con Aureliano Amadei, l'autore di Venti Sigarette a Nassiriya, che avevo avuto la fortuna di conoscere all'università di TorVergatraz, ai bei tempi dell'All-Day-DAMS. Dategli una letta, davvero. Anche se non posso mettermi a farne la recensione stamattina - e sarebbe comunque uscito troppo tempo fa per farne una recensione interessante - vi assicuro che è scritto davvero bene, ed è probabilmente il libro più interessante sull'affaire Nassiriya. D'altra parte, lui c'era, ed è l'unico sopravvissuto civile. Fatevi due conti.
E tanto per rimanere in tema, durante questi sette giorni - che sarebbero passati più allegramente se avessi atteso Samara di The Ring. Senza contare che sarebbe stata una vera soddisfazione prenderla a calci in faccia - ho riscoperto, navigando per lavoro, la Teoria dei Sei Gradi di Separazione. Credo che tutti ne abbiano sentito parlare: si tratta di una teoria matematica per cui due qualunque esseri umani sarebbero uniti tra loro da sei altre persone. Una grande rete dei contatti, insomma, che permetterebbe a tutti di conoscere tutti. Ieri, tornando dalla redazione, ci ho pensato intensamente. Tecnicamente - tecnicamente - dovrei arrivare in sei gradi anche a Neil Gaiman, Frank Miller e Alan Moore. Credo che sarebbe una vera esperienza poter chiedere a Moore "ma perchè cazzo hai permesso un adattamento così squallido della League of Extraordinary Gentlemen?". Devo ammettere però che ho paura di sentirmi rispondere "Eat some peyote with me, ol'brother", visto il tipo. L'ultimo grande quesito è legato a Keira Knightley. Insomma, se la Teoria è vera, dovrei poter arrivare anche a lei. Keira Knightley è l'unica donna a cui chiederei, seppur felicemente innamorato del mio Cenio Ti Male, "Ehi, facciamo sesso?" senza starci troppo a pensare. Ma queste sono considerazioni mie. C'è qualcosa di più serio che vorrei disperatamente dire a Keira. Se qualcuno (anche sei persone) potessero mettermi in contatto direttamente con lei, vi pregherei di farmelo sapere. Io devo assolutamente prendere quella donna, abbracciarla, accarezzarle la testa e dirle: "Listen to me, my little Keira. You're not the same with Natalie Portman. Well, I know, all the story about Star Wars, and so and so with Padmé. But there's a difference between you and her, you know. She's good to play, when you're not. But... it doesn't matter. Shhh...it doesn't matter. I love you, anyway". Vi prego, realizzate il mio sogno.
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Mercoledì, 14 febbraio 2007Not Easy
Non ho il coraggio di dire a voce quello che sto per scrivere. Ho paura di sembrare ipocrita, inopportuno, stupido. Scrivo qui, nella speranza, forse, che i diretti interessati non leggano nemmeno, e sperando di riuscire a stare loro vicini anche senza parlare, senza far loro sapere quello che ho pensato. In qualsiasi caso, chiedo scusa da ora.
Ci sono dei giorni di Jyhad quotidiana che non vorresti mai vivere. Non sono le otto ore di lavoro che sembrano quarantasei, non sono gli scleri derivanti dall'avere la propria ragazza a seicentocinquanta chilometri. Quelle sono stronzate, o meglio: saranno anche cose serie, ma non saremmo teorici e tecnici delle nostre Jyhad quotidiane, se non avessimo la forza per riderci su, per superarle e dichiarare loro scacco con poche mosse. Sto parlando di una giornata in cui qualcuno viene a mancare. Quando qualcuno non c'è più. Io ho un rapporto strano con la Morte. Il primo giorno non ci credo. Il secondo, realizzo e sto male. Il terzo, mi alzo sperando qualcosa. Mi piacerebbe poter fare queste considerazioni così, per gioco, o per pura speculazione, ma purtroppo non è per questo motivo che sto scrivendo ora. E' scomparsa una bambina - non ritengo necessario fare il suo nome, o quello dei suoi genitori, miei amici - una piccola bambina che io avevo conosciuto. La conoscevo da prima di incontrarla, in qualche modo, perchè quando conobbi sua madre, il nostro primo dialogo fu su di lei. L'ho vista sempre sorridere. E le ultime volte che ci incontrammo, aveva preso l'abitudine di chiamarmi "Ciclope", in un curioso gioco di associazioni mentali tra gli X-Men e i miei occhiali rossi. Fa strano pensare che, ora, lei non c'è più. Morire a tre anni e mezzo è più assurdo di qualsiasi altra cosa. Un po' come contemplare una stella cadente: sai che può succedere, ma ogni volta che accade, spalanchi gli occhi. In questo caso, spalanchi gli occhi per cercare di rimandare indietro le lacrime. 'Fanculo. Non dovrebbe succedere. Per questo ieri notte, parlando con chi amo, ho detto che la Morte è strana. Non brutta, non cattiva. Strana. Più cieca della fortuna, in qualche modo. Più discreta, per chi si porta via, ma non necessariamente per chi resta. In quello le manca tatto. Non riesco ad immaginarmi la Morte come ha fatto Gaiman, a dire la verità. Nessun ankh, nessun ombrello, nessun cappello a cilindro. Io me la sono sempre aspettata come una ragazza magra, dai capelli corti. E lo sguardo basso di chi non ama troppo il proprio lavoro. Mani grandi per raccogliere quelle di chi viaggia con lei. Mani delicate, credo. Forse qualcuno potrà credere che, in realtà, mi stia facendo coinvolgere più di quanto dovrei. Ma ho i miei validi motivi, per rimanere vicino a questi due miei amici. Non so se loro mi considerino un amico, ma a me piace pensarli così. E stare al loro fianco, nei modi e nei tempi che mi saranno concessi, come amici. E poi, alla fine, ho un motivo anche per scrivere tutto questo. L'ultima volta che ho visto quella piccola, bellissima bambina, mi ha fatto vedere la sua camera dei giochi. E mi ha chiesto se, un giorno, anche io avrei potuto farle vedere la mia camera dei giochi. Ehi, piccola. Non me lo sono scordato, sai? Ti ho detto che te l'avrei fatta vedere, e lo farò. La mia camera dei giochi è la mia testa: gioco con le idee e la fantasia, per inventare sempre qualcosa di nuovo. Inventerò qualcosa anche per te, nella mia camera dei giochi. Così potrai entrarci, potrai divertirti, potrai sorridere ancora per sempre. Hai sempre sorriso, tu, ogni volta che ti ho visto. Fammi cercare di aiutarti a sorridere ancora, e far tornare a sorridere mamma e papà. Bacio, Mila.
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Martedì, 6 febbraio 2007Quanto è vero che mi chiamo Holly Holder
Quella dannata lapide era troppo, troppo tirata a lucido, in confronto al marciume che sembrava regnare incontrastato nel fazzoletto di terra che la ospitava. Nemmeno fosse stata recente, poi. Erano passati quattro anni da quando si trovava lì, in quel preciso, identico punto.
Dunque dovevano essere quattro anni che qualcuno si prendeva la briga di ripulirla. "Stupidi", pensò Holly, "come se potesse cambiare qualcosa". Posò in terra lo scatolone che aveva con sè, sigillato alla meno peggio con del nastro da pacchi, del tipo impiegato dagli addetti al servizio postale. E dopo aver ripreso fiato, con le unghie pulite e curate, aprì il lato superiore dell'involucro, estraendo un vecchio orsacchiotto spelacchiato. "Questo", esclamò ad alta voce, all'indirizzo della lastra di marmo bianco, "è per i tuoi schifosi giocattoli che dovevi portare con te in ogni trasloco. Ogni appartamento doveva perdere almeno dieci metri quadri di suolo calpestabile per dei... pelouche. Pelouche, dico io. Che schifo". Holly gettò in terra il pupazzo, a pochi centimetri dalla lapide. E subito si piegò sulla scatola, per tirarne fuori qualcosa di diverso. Un volume dalla copertina ingiallita. "I tuoi libri. I tuoi noiosi libri di marketing e management. E poi, cosa ne hai fatto? Nulla. Studiare economia tutta la vita, e ritrovarti a lavorare per un'azienda di cosmetici, in catena di montaggio. Complimenti. Complimenti vivissimi". Il volume cadde a meno di un palmo di distanza dall'orsacchiotto di pezza, aprendosi all'incirca a metà. Qualche foglio svolazzò un po' più lontano, ma non c'era abbastanza vento per farlo volare via da quel posto. "E questo? Vogliamo parlare di questo?". Holly stringeva qualcosa tra l'indice e il medio della mano destra. Una di quelle candeline da torta nuziale, una miniatura in plastica e cera di marito e moglie sorridenti, stretti, vicini. Finti. "L'hai voluto tu. Sempre e soltanto tu. E se ci tieni a saperlo, è stato il giorno peggiore della mia vita. Ecco cosa è stato per me". Anche la decorazione raggiunse il suolo, accanto agli altri oggetti. Seguirono un paio di occhiali da sole, cartoline di Parigi sbiadite del 1983, una sciarpa ed una tazzina di caffè scheggiata. Tutto in terra. Tutto accompagnato da commenti, considerazioni, insulti. Rimpianti postumi di una vita che non valeva la pena di essere vissuto. "E tieni anche queste. Le tue fottutissime chiavi di casa". Holly sorrise, mentre roteava intorno all'anulare un mazzo di chiavi tintinnante. "Non ci tornerai comunque mai più. E allora tanto vale tirartele addosso. Con gusto, sai? Quanto è vero che mi chiamo Holly Holder, è con un piacere immenso che te le tiro addosso". Holly scagliò anche le chiavi, con maggiore violenza rispetto agli altri oggetti lanciati contro la tomba. Chiuse gli occhi. Di nuovo un respiro, un respiro profondo, senza guardare davanti a sè. E poi, come se faticasse, tirò fuori dalla scatola una tanica in latta. L'odore di benzina salì immediatamente alle sue narici, diffondendosi intorno a lui. "Quanto è vero che mi chiamo Holly Holder, non sai con quale soddisfazione sto per dare fuoco a tutta questa merda. Non puoi saperlo". Svuotata e abbandonata la latta di combustibile, si allontanò di un paio di metri, tirando fuori dalla tasca uno zippo. "Dimenticavo. Non puoi nemmeno più fumare, ora dove sei. Con questo, non puoi farci nulla". E accesa la fiammella, lo lanciò sulla lapide. Fuoco. “Holly Holder! Tempo scaduto! E' ora di tornare a casa”. Il più massiccio dei ragazzi fuori l'ingresso, tutti e tre vestiti in larghe tute arancioni in tessuto antincendio, alle prime avvisaglie di fumo, si affrettò a chiamare l'uomo. Gli altri due, dopo un rapido cenno di assenso, superarono il cancello in ferro battuto proprio nel momento in cui Holly si riavvicinava a testa china a quello che l'aveva chiamato. Infilandosi senza dire una parola dentro ad una camionetta bianca, tirata a lucido. Quasi come la lapide sulla quale si era accanito fino a pochi secondi fa. Poi l'inserviente chiuse il portellone posteriore, il tempo di risalire, e mise in moto. “Sei nuovo, vero?”, chiese quello che sembrava essere il più anziano dei due entrati nello spiazzo in fiamme, quando la vettura era già lontana sulla strada. “Già. Primo giorno. Non mi aspettavo che fosse...questo, il lavoro”, rispose, un po' timidamente. Ma era la verità. Non si sarebbe mai aspettato di trovarsi a dover pulire una lapide a cui qualcuno aveva appena dato fuoco. L'altro rise. “Ma non preoccuparti. Sei solo stato sfortunato nell'avere questa come prima consegna. Sarà la ventesima volta che lo faccio, da quando lavoro in clinica. Alla fine, non ci fai nemmeno più caso”. Il ragazzo tirò fuori dalla tasca della tuta da lavoro uno straccio ed un flacone di detergente. Le fiamme si erano spente quasi del tutto ormai. Niente erba su cui attecchire. Solo resti carbonizzati. “Sì, d'accordo”. L'altro imitò i suoi gesti. E si chinarono quasi in contemporanea sulla lapide. “Ti stai chiedendo perchè, immagino”, sorrise il primo, lo sguardo fisso sul marmo che aveva iniziato a lucidare. “Sì”. Ci mise qualche secondo a rispondere. L'odore di fumo gli dava fastidio. Ma poi, imitando i gesti del ragazzo più esperto di lui, iniziò a cancellare la fuliggine dalla lastra annerita. “Holly Holder è il figlio del primario, Jeremia Holder. Non chiedermi chi è più matto tra i due. Ogni trenta giorni, suo padre gli dà qualche oggetto che gli apparteneva prima di entrare in cura. E lui viene qua, urla, e brucia tutto. Ma il dottore è convinto che non possa fargli altro che bene. Catarsi, dice lui. Purificazione sublimata, stronzate così”. L'altro non era troppo convinto di aver capito. Ma forse non aveva così voglia di conoscere tutti i particolari di quella storia. Non era certo stato fortunatissimo, a vedersi assegnare il servizio civile presso la clinica psichiatrica. Quindi non c'era motivo di lasciarsi inquietare ulteriormente dalle storie folli del branco di pazzi che la abitava. Il più anziano si alzò in piedi. “Dai un colpo di rastrello, prima di uscire di qui. Al resto penserà il vento”. Riprese a lucidare, di buona lena. Il marmo tornava più bianco ogni colpo di straccio che il ragazzo dava su di esso. E pian piano, sotto la cenere, emerse il nome dell'ospite della tomba. Holly Holder. “Allora al rastrello ci pensi tu, ragazzo?” Annuì. Ma soltanto per riflesso. P.S: Era da parecchio che non scrivevo un racconto. Ma lo dovevo ad una persona. Domani lo rileggerò anche io, sperando che la mia nuova dieta di caffè e sesamo non abbia intaccato le poche capacità cerebrali/narrative. Lunedì, 5 febbraio 2007La sottile linea tra l'incubo, il reale e Controcampo
Questa notte ho avuto parecchi incubi. Di quelli che riesci a ricordare vagamente, ma che comunque ti lasciano un senso d'ansia in grado di aleggiare per ore. Inoltre, c'è un particolare che mi inquieta in maniera sensibile: ho il piede destro a pezzi. Non so se anche vostra nonna, da piccoli, vi raccontava del diavolo che viene di notte a pizzicare i piedi dei bambini cattivi. Il primo pensiero al mattino è stato quello. Adesso ci scriverò qualcosa su, perchè l'idea mi piace. Ma comunque, resta il problema principale: gli incubi. Non posso campare dormendo due ore e mezza a notte, e comunque due ore e mezza irte di incubi, che cazzo. Senza contare gli incubi ricorrenti tipo bambine vomitate nell'ascensore, a cui non posso proprio scampare. Ma non riesco proprio a spiegarmi il perchè di questi incubi di questa notte. Mi sembrano troppo assurdi. Girottando sulla Rete, scopro tra le varie cose che la percentuale di chi sogna diminuisce costantemente, ma in essa aumenta il numero di chi ha incubi. Segue teoria del complotto. Andando contro la mia natura, non mi metto a leggerla. Per questa settimana, mi basta pensare a Katie Holmes: l'altra sera in aereoporto, ogni volta che appariva sullo schermo e io pensavo "Guarda 'sta cretina di Scientology", veniva annunciato puntualmente un ritardo di mezz'ora. Alla terza apparizione ho sorriso e ho detto ad alta voce "Bella interpretazione, Katie". Nessun ritardo. Ho passato l'intero viaggio a inviare mentalmente i migliori auguri per la coppia Cruise-Holmes. Non si sa mai. Quando sono sceso dall'aereo.... beh, è un altro discorso
Poi, di colpo, il flash di ieri sera, prima di andare a letto. Un piccolo reportage in televisione. Su Controcampo, visto di sfuggita tra lo zapping notturno. C'era un tizio che spiegava, mostrando tutte le fasi di realizzazione, come costruire una bomba carta. Modi, ingredienti. Perfino la miccia. Roba da Anarch Cookbook. Solo che il Ricettario ti manda in galera. Quello ti fa diventare un'opinionista di Mediaset. Oppure, beh, puoi diventare un emulo di Unabomber. Non che il risultato sulla popolazione civile sia poi così diverso. Ti credo che la notte faccio brutti sogni.
Scritto da Damiel
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