Perle di saggezza"Se il voto potesse cambiare davvero qualcosa, l'avrebbero da tempo dichiarato illegale"
Emma Goldman Pagine speciali |
Martedì, 28 novembre 2006Silenzio“Oh, padre, se ogni nota ch'io scrissi fu d'argento, allora ogni silenzio che inserii, fu senza dubbio alcuno d'oro!” W.A. Mozart, lettera al padre, 1771 Se solo quella giornata fosse stata meno calda, avrebbe potuto sopportare perfino il breve tragitto nel metrò, così affollato di gente, che ora era costretto a sopportare. Era il pensiero di non trovare sollievo una volta uscito, a demoralizzarlo completamente, mentre ogni sobbalzo veloce della metro lo spingeva troppo vicino a qualcuno che probabilmente si trovava nel suo stesso stato, nel vagone con lui. Sette fermate, ora sei. Meno uno. Non era la sua città, quella, e si sentiva. Perfino il vociare intorno a lui era sommesso, composto, riservato. Ordinato. Qualcuno leggeva, chi per abitudine, chi semplicemente per evitare lo sguardo degli altri. Buffo pensare come le persone, in situazioni di totale isolamento, avrebbero gettato nel fango il proprio pudore, pur di avere un minimo contatto umano, e qui, dove in teoria si sarebbe potuto conoscere chiunque, avevano quasi paura di incontrare degli occhi diversi dai propri. Cinque, adesso. Non mancava molto. Molti di quelli intorno a lui iniziavano a prepararsi all'uscita. La metropolitana, alla prossima fermata si sarebbe sdoppiata in due linee minori. Alzò gli occhi verso la pianta stilizzata del percorso sotterraneo. La direzione era ancora quella giusta, e anche se fosse stata quella sbagliata, vi era poco da preoccuparsi. Dover uscire di lì, per poi rientrare in un nuovo vagone, avrebbe significato una boccata d'aria da contrapporre a quel sudore tiepido che sembrava pervadere ogni angolo della carrozza. Quarta stazione al capolinea. I passeggeri per Gessate furono pregati di scendere, per cambiare treno. Erano rimasti pochi gruppetti di individui oltre a lui, oramai. Dal suo posto in piedi sulla metà del vagone, iniziò a tamburellare sui suoi jeans la melodia per voce dell'ultimo pezzo scritto, quello così pervasivo, così pericolosamente tendente al perfetto, da rimanere nella testa anche di chi l'aveva composto per giorni e notti intere. Ma il ritmo, non c'era ancora. Mancava il tempo giusto, la frequenza del battito che avrebbe potuto dare vita al tutto. Altre tre volte, e poi le porte del treno sarebbero rimaste aperte fino alla ripartenza del metro. Cominciò, per gioco, come era solito fare, a picchiettare le dita sulle gambe, al tempo che gli veniva suggerito dalle persone intorno a lui. Al ritmo di quella donna grassa e annoiata, un quattro quarti largo da riuscire a tediare il più assonnato degli ascoltatori. O a quello del ragazzo alto, col giornale sottobraccio, una nota veloce e alta, destinata a riverberare nel tempo, se solo non fosse stata così persa nella lettura. E ancora, facendo vagare lo sguardo, battè la mano con la cadenza del tutto identica, stereotipata, e banale di una compagnia di ragazzine nei loro pantaloni griffati, e dalle movenze identiche, commercializzate come ultime, nella corsa alla moda. Poi, senza che avesse il tempo necessario a prevederlo, una frenata brusca lo spostò di una quarantina di centimetri, mentre la metropolitana si fermava di colpo, prima di entrare nella prossima stazione. La mano sulla gamba si fermò a mezz'aria. Non per il disappunto di quel ritardo, usuale nei viaggi urbani, ma per quello che la nuova posizione gli consentì di vedere. C'era una ragazza seminascosta oltre ai reggimano grigi, ed era differente dal resto dell'umanità presente in quel metrò. Esile, longilinea, la pelle pallida arrossata in prossimità delle guance. Perfino gli occhi sembravano voler assecondare quell'incedere del corpo verso l'alto. Per un attimo, fu convinto di poterne vedere il profilo fluire, dai piedi alla testa, passando per le gambe lunghe e per i seni piccoli, fino alla punta dei capelli, senza soluzione di continuità. Muta. Una bellezza disarmante, nel suo assoluto silenzio. Rimase a fissarla a bocca aperta, mentre, assecondando la spinta dovuta alla frenata del treno, avanzava verso di lei, in direzione delle porte laterali del vagone. La mano destra non sembrava voler ricadere sulla coscia, a battere il tempo di quella ballata in re maggiore. Quando si suona, quando si scrive musica, non si pensa mai ai silenzi. Li si dà per scontati, come nulla tra una nota e l'altra. E adesso che lui stava scoprendo il silenzio, in quella ragazza, ne rimaneva quasi traumatizzato. Affascinato fino ad averne soggezione. Sfilò la mano sinistra dalla tasca, mentre le porte si aprivano. Chissà se si poteva toccare, il silenzio. Riuscì ad accarezzarne i capelli rossastri, mentre lei si allontanava, senza dire una parola, senza accorgersi nemmeno di lui, di quel suo gesto. E il ragazzo riuscì appena a ritrarre la mano, mentre l'apertura meccanizzata ordinava alle porte di richiudersi, per riprendere il viaggio lento e costante della metropolitana. Così, quando i due pezzi di ferro, simmetricamente, si avvicinarono fino a toccarsi, ripose la sinistra in tasca, abbassando la destra sulla gamba, battendo una nuova tesi, e poi un arsi, ed una tesi ancora. Una nuova battuta, dopo un appagante silenzio. Lunedì, 27 novembre 2006La Cassetta delle LettereAbraham Lordson era un tipo strano. Nel caseggiato dove risiedeva, tutti , uomini e donne di ogni età, lo conoscevano, almeno di vista. I ragazzi che ogni mattina aspettavano il pullman della scuola alla fermata proprio di fronte a casa sua, erano soliti ingannare il tempo prendendolo in giro. Per i primi tempi, non fu altro che un semplice parlare alle spalle, sussurrando ai propri compagni, con gli angoli della bocca trattenuti per non sorridere, di far caso a quell'uomo strambo dall'altro lato della strada, ai suoi atteggiamenti, al suo modo sciatto e trasandato di vestire quando usciva dalla porta del suo appartamento per compiere l'unico spostamento che qualcuno gli avesse mai visto fare. Più in là, con il tempo, con una presa di confidenza unilaterale da parte di quegli studenti, quello del "saluto al signor Lordson" divenne un vero e proprio rito. Quell'ometto veniva puntualmente - ogni giorno, per cinque giorni a settimana - indicato dal gruppetto di ragazzi in attesa della corriera, mentre compieva i pochi passi che separavano la porta di casa dalla sua cassetta delle lettere, e mentre tornava indietro, il più insolente tra loro urlava "Niente posta stamattina, signor Lordson?", scoppiando a ridere, per poi rifugiarsi all'interno del sicuro e invincibile cameratismo del proprio branco, pochi minuti prima che l'uomo dello scuolabus sarebbe passato per portarli alla quotidiana lotta con la storia, l'aritmetica e la geografia. Perchè Abraham Lordson - nome desunto dalla targhetta in plastica ingiallita proprio di quella cassetta postale - non aveva altra abitudine se non quella di controllare, puntualmente, ogni giorno alla stessa ora, se ci fosse stata posta per lui. I vicini non erano mai riusciti a scambiare due cordiali chiacchiere con quell'uomo. Perfino il cassiere del mercoledì, giorno in cui lo si vedeva correre nei pressi del supermercato per comprare il minimo indispensabile alla sua sopravvivenza, non aveva ricevuto da lui il minimo cenno di cordialità che solitamente l'abitudine regala per inerzia. Abraham Lordson pagava il giusto con le giuste monete, e un sorriso abbozzato sembrava essergli più che sufficiente per poter eguagliare qualsiasi altro scambio umano. Alcuni si ritennero offesi da questo suo comportamento, arrivando ad ignorarlo, o a guardarlo male quando passava per strada. Ma presto, iniziò ad essere diffusa la storia secondo la quale il signor Lordson aveva dovuto avere chissà quali problemi in passato, e che questi oscuri ed ignoti guai lo avessero lasciato con qualche rotella fuori posto. Così, quando le voci terminarono la loro corsa, divenne per tutti "quello della lettera", e la polemica fu chiusa lì. Gli abitanti del quartiere smisero presto di far caso a lui, e a quei pochi metri che percorreva ogni mattina per controllare l'arrivo di una lettera che non sembrava volerne sapere, di giungere a destinazione. E altrettanto presto, nessuno, a parte i ragazzi, continuò a provare alcun sentimento - fosse di scherno, o di compassione - per l'espressione amara e desolata che l'uomo mostrava sul volto, mentre si accingeva a compiere il cammino all'inverso, dopo aver constatato l'assoluto vuoto della sua cassetta delle lettere. Su quella scatola di metallo, ci si posò sopra il vento fresco della primavera, i raggi caldi del sole estivo, le foglie secche degli alberi morenti in autunno, e la neve di Natale. E ogni giorno, ogni mattina, non vi era traccia della lettera che Abraham Lordson attendeva. Questo si ripetè per molti, molti anni. I ragazzi che si burlavano di lui alla fermata dell'autobus crebbero, si diplomarono, alcuni fuggirono da quel quartiere per non tornarci mai più, altri morirono e furono dimenticati, mentre altri ancora seguirono le orme dei loro genitori senza uscire di un millimetro dal solco tracciato. Ora erano i loro figli, venti anni dopo, a indicare "quello della lettera", alla mattina. Perchè in tutto quel tempo, il signor Lordson non era cambiato di una virgola. Certo, ora il suo viso era rugoso, e i capelli bianchi. Ma ogni giorno, puntuale, usciva da casa per controllare la sua cassetta delle lettere. E ogni mattina tornava nel suo appartamento triste, a mani vuote. Nemmeno la frase con cui veniva apostrofata, era stata dimenticata. E così, lungo la via, si sentiva ancora riecheggiare, al mattino, “Niente posta stamattina, signor Lordson?”, tra le risate dei ragazzi. La vita di quel quartiere sembrava destinata a non cambiare mai. I giorni passavano uguali, uno dopo l'altro. E così anche il venticinque novembre, Abraham Lordson uscì di casa, con la speranza di veder consegnata quella misteriosa lettera che attendeva da sempre. Pioveva forte, quel giorno, sulla città. Ma questo non impedì ai ragazzi, riparati sotto la pensilina, di fissare e seguire il vecchio nei suoi pochi passi, fino a sentir cigolare il metallo bagnato della scatola. Mark Rhoden si sporse verso il ciglio della strada, pronto ad urlare a gran voce la solita frase di scherno al vecchio. Era il suo ultimo anno di scuola. E i suoi modi da adulto così sicuri di sé – o almeno così lui amava pensare che fossero – avrebbero sicuramente conquistato il cuore di Jenny Sturt, la biondina della quarta classe. Non gli era sfuggito il modo in cui lo guardava mentre fumava le prime sigarette, o quando litigava con i suoi compagni di scuola. Le piaceva, ne era certo. E con le sue arie da uomo, velate di strafottenza, l'avrebbe portata al ballo di Natale. Sicuro al cento per cento. Così, voltandosi appena per incrociare lo sguardo della ragazzina, le sorrise per un istante, mentre già apriva la bocca per urlare verso lo svitato dall'altra parte della strada. “Niente posta stamattina...”. Ma quella frase non terminò mai. Persino lui, persino Mark Rhoden, il ragazzo più forte della sua classe, il più spavaldo di quel gruppo, rimase a bocca aperta. Abraham Lordson, il corpo poggiato sulla cassetta delle lettere, come a lasciarsi sostenere, abbandonandosi, teneva in mano una busta, che aveva già aperto. E sotto la pioggia di quella mattina di novembre, piangeva in silenzio, scorrendo le righe manoscritte su quel foglio, atteso da chissà quanti anni. Calò un silenzio di tomba, sulla strada. Un silenzio lungo, di puro stupore. Qualcuno pensò ad uno scherzo, altri semplicemente si sentirono in colpa per tutte le volte che si erano presi gioco del signor Lordson. Forse sarebbero perfino andati da lui, se lo scuolabus non fosse sopraggiunto. Ma anche dai finestrini larghi e sporchi del pullman, continuarono a fissarlo. Era qualcosa di incredibile, vederlo rimanere lì, sotto la pioggia. Intento a leggere la lettera che aspettava da così tanto tempo, e che ormai tutto il quartiere aveva ritenuto un'inesistente fissazione del vecchio.Durante le cinque ore di lezione che seguirono, nessuno sembrò capace di parlare d'altro. I ragazzi scommettevano il loro pranzo sul fatto che quello fosse lo scherzo di qualcuno, e indicavano i possibili responsabili. Le ragazze fantasticarono su una lettera d'amore scritta anni addietro, e mai arrivata al signor Lordson, tentando di tingere di rosa una storia che finora le aveva sì divertite, ma anche inquietate. Ci pensò la professoressa di matematica, Miss Cristen, a riportare tutti all'ordine, e ai loro doveri di studenti. Sebbene anche lei rimase decisamente turbata da quella notizia. Anche lei, d'altronde, viveva in quel caseggiato, e nonostante la sua riservatezza, si era spesso trovata a riflettere sugli strani comportamenti di quell'uomo. Magari ora tutti quei silenzi da parte di Abraham Lordson sarebbero terminati, mutandosi in cordialità. Non si poteva mai sapere, con gli uomini anziani. Arrivò presto la sera, e i ragazzi uscirono dall'edificio grigio della loro scuola, per far ritorno alle proprie case. Molta della sorpresa per la lettera arrivata si era spenta sotto il peso dei compiti assegnati e delle lezioni impartite. Anche le nuvole sembravano stanche, e la pioggia stava per terminare, quando Mark Rhoden, Jenny Sturt e i loro compagni scesero alla loro fermata, a poche dozzine di metri dalla casa del signor Lordson. Certo, sarebbero dovuti andare nell'altro senso, per tornare alle loro stanze, dalle loro famiglie. Ma fu proprio Mark, a girarsi. Quella lettera segnava una specie di conto aperto, tra lui e Abraham Lordson. E se fosse stato uno scherzo di qualcuno, Mark avrebbe dovuto appurarsene. Anche soltanto per poter rivendicarlo. Anche soltanto per poter portare Jenny al ballo, e guadagnare l'approvazione dei suoi coetanei. Così, in fretta, si avvicino alla cassetta delle lettere. Era buio, abbastanza buio da non notare subito che il signor Lordson era ancora lì. Ma quando la luce fioca del lampione all'angolo rischiarò il profilo curvo e stanco del vecchio, Mark ebbe un attimo di esitazione. Come poteva essere rimasto lì tutto quel tempo? Per un istante, il ragazzo ebbe l'impulso a tornare indietro. Avrebbe potuto scoprire la verità domani, al mattino, o magari sentendolo al supermarket da uno dei cassieri, così pettegoli. Ma no. Lui doveva sapere ora. Così avanzò, accelerando il passo. Fino a raggiungere la cassetta delle lettere che per tanti anni aveva visto soltanto dall'altra parte della strada. Abraham Lordson era lì. Fermo nella posizione nella quale l'avevano lasciato quella stessa mattina. Gli occhi dell'uomo erano fissi sul pezzo di carta che teneva tra le mani rigide e nodose, e che ormai la pioggia aveva scolorito, trasformando l'inchiostro del messaggio che conteneva in una macchia azzurrina indefinita e indecifrabile. “Signor Lordson?”, chiese Mark, fissandolo. Non ci fu nessuna risposta. E Mark Rhoden, solo allora, comprese. Comprese come quell'uomo potesse restare fermo in quella posizione per più di dodici ore. Comprese come potesse tenere stretta quella lettera con tutte le sue forze, nonostante oramai non fosse altro che un povero vecchio accasciato su un palo di ferro quasi del tutto arrugginito. E comprese perchè – per la prima volta – Abraham Lordson sembrasse sorridere di cuore. Nessuno seppe mai cosa ci fosse scritto, su quel foglio. La pioggia si era portata via il suo messaggio, senza degnarsi di farlo conoscere ad altri che al suo destinatario, che aveva pazientato per tutti quegli anni. E altrettanto aveva fatto quella lettera, portandosi via Abraham Lordson, “quello della lettera”. Per sempre.
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