“Oh, padre, se ogni nota ch'io scrissi fu d'argento,
allora ogni silenzio che inserii, fu senza dubbio alcuno d'oro!”
W.A. Mozart, lettera al padre, 1771
Se solo quella giornata fosse stata meno calda, avrebbe potuto sopportare perfino il breve tragitto nel metrò, così affollato di gente, che ora era costretto a sopportare. Era il pensiero di non trovare sollievo una volta uscito, a demoralizzarlo completamente, mentre ogni sobbalzo veloce della metro lo spingeva troppo vicino a qualcuno che probabilmente si trovava nel suo stesso stato, nel vagone con lui.
Sette fermate, ora sei. Meno uno.
Non era la sua città, quella, e si sentiva. Perfino il vociare intorno a lui era sommesso, composto, riservato. Ordinato. Qualcuno leggeva, chi per abitudine, chi semplicemente per evitare lo sguardo degli altri. Buffo pensare come le persone, in situazioni di totale isolamento, avrebbero gettato nel fango il proprio pudore, pur di avere un minimo contatto umano, e qui, dove in teoria si sarebbe potuto conoscere chiunque, avevano quasi paura di incontrare degli occhi diversi dai propri.
Cinque, adesso. Non mancava molto.
Molti di quelli intorno a lui iniziavano a prepararsi all'uscita. La metropolitana, alla prossima fermata si sarebbe sdoppiata in due linee minori. Alzò gli occhi verso la pianta stilizzata del percorso sotterraneo. La direzione era ancora quella giusta, e anche se fosse stata quella sbagliata, vi era poco da preoccuparsi. Dover uscire di lì, per poi rientrare in un nuovo vagone, avrebbe significato una boccata d'aria da contrapporre a quel sudore tiepido che sembrava pervadere ogni angolo della carrozza.
Quarta stazione al capolinea. I passeggeri per Gessate furono pregati di scendere, per cambiare treno.
Erano rimasti pochi gruppetti di individui oltre a lui, oramai. Dal suo posto in piedi sulla metà del vagone, iniziò a tamburellare sui suoi jeans la melodia per voce dell'ultimo pezzo scritto, quello così pervasivo, così pericolosamente tendente al perfetto, da rimanere nella testa anche di chi l'aveva composto per giorni e notti intere. Ma il ritmo, non c'era ancora. Mancava il tempo giusto, la frequenza del battito che avrebbe potuto dare vita al tutto.
Altre tre volte, e poi le porte del treno sarebbero rimaste aperte fino alla ripartenza del metro.
Cominciò, per gioco, come era solito fare, a picchiettare le dita sulle gambe, al tempo che gli veniva suggerito dalle persone intorno a lui. Al ritmo di quella donna grassa e annoiata, un quattro quarti largo da riuscire a tediare il più assonnato degli ascoltatori. O a quello del ragazzo alto, col giornale sottobraccio, una nota veloce e alta, destinata a riverberare nel tempo, se solo non fosse stata così persa nella lettura. E ancora, facendo vagare lo sguardo, battè la mano con la cadenza del tutto identica, stereotipata, e banale di una compagnia di ragazzine nei loro pantaloni griffati, e dalle movenze identiche, commercializzate come ultime, nella corsa alla moda.
Poi, senza che avesse il tempo necessario a prevederlo, una frenata brusca lo spostò di una quarantina di centimetri, mentre la metropolitana si fermava di colpo, prima di entrare nella prossima stazione.
La mano sulla gamba si fermò a mezz'aria. Non per il disappunto di quel ritardo, usuale nei viaggi urbani, ma per quello che la nuova posizione gli consentì di vedere.
C'era una ragazza seminascosta oltre ai reggimano grigi, ed era differente dal resto dell'umanità presente in quel metrò. Esile, longilinea, la pelle pallida arrossata in prossimità delle guance. Perfino gli occhi sembravano voler assecondare quell'incedere del corpo verso l'alto. Per un attimo, fu convinto di poterne vedere il profilo fluire, dai piedi alla testa, passando per le gambe lunghe e per i seni piccoli, fino alla punta dei capelli, senza soluzione di continuità. Muta. Una bellezza disarmante, nel suo assoluto silenzio.
Rimase a fissarla a bocca aperta, mentre, assecondando la spinta dovuta alla frenata del treno, avanzava verso di lei, in direzione delle porte laterali del vagone. La mano destra non sembrava voler ricadere sulla coscia, a battere il tempo di quella ballata in re maggiore.
Quando si suona, quando si scrive musica, non si pensa mai ai silenzi. Li si dà per scontati, come nulla tra una nota e l'altra. E adesso che lui stava scoprendo il silenzio, in quella ragazza, ne rimaneva quasi traumatizzato. Affascinato fino ad averne soggezione.
Sfilò la mano sinistra dalla tasca, mentre le porte si aprivano.
Chissà se si poteva toccare, il silenzio.
Riuscì ad accarezzarne i capelli rossastri, mentre lei si allontanava, senza dire una parola, senza accorgersi nemmeno di lui, di quel suo gesto.
E il ragazzo riuscì appena a ritrarre la mano, mentre l'apertura meccanizzata ordinava alle porte di richiudersi, per riprendere il viaggio lento e costante della metropolitana.
Così, quando i due pezzi di ferro, simmetricamente, si avvicinarono fino a toccarsi, ripose la sinistra in tasca, abbassando la destra sulla gamba, battendo una nuova tesi, e poi un arsi, ed una tesi ancora.
Una nuova battuta, dopo un appagante silenzio.