Non ho il coraggio di dire a voce quello che sto per scrivere. Ho paura di sembrare ipocrita, inopportuno, stupido. Scrivo qui, nella speranza, forse, che i diretti interessati non leggano nemmeno, e sperando di riuscire a stare loro vicini anche senza parlare, senza far loro sapere quello che ho pensato. In qualsiasi caso, chiedo scusa da ora.
Ci sono dei giorni di Jyhad quotidiana che non vorresti mai vivere. Non sono le otto ore di lavoro che sembrano quarantasei, non sono gli scleri derivanti dall'avere la propria ragazza a seicentocinquanta chilometri. Quelle sono stronzate, o meglio: saranno anche cose serie, ma non saremmo teorici e tecnici delle nostre Jyhad quotidiane, se non avessimo la forza per riderci su, per superarle e dichiarare loro scacco con poche mosse. Sto parlando di una giornata in cui qualcuno viene a mancare. Quando qualcuno non c'è più.
Io ho un rapporto strano con la Morte. Il primo giorno non ci credo. Il secondo, realizzo e sto male. Il terzo, mi alzo sperando qualcosa. Mi piacerebbe poter fare queste considerazioni così, per gioco, o per pura speculazione, ma purtroppo non è per questo motivo che sto scrivendo ora. E' scomparsa una bambina - non ritengo necessario fare il suo nome, o quello dei suoi genitori, miei amici - una piccola bambina che io avevo conosciuto. La conoscevo da prima di incontrarla, in qualche modo, perchè quando conobbi sua madre, il nostro primo dialogo fu su di lei. L'ho vista sempre sorridere. E le ultime volte che ci incontrammo, aveva preso l'abitudine di chiamarmi "Ciclope", in un curioso gioco di associazioni mentali tra gli X-Men e i miei occhiali rossi. Fa strano pensare che, ora, lei non c'è più. Morire a tre anni e mezzo è più assurdo di qualsiasi altra cosa. Un po' come contemplare una stella cadente: sai che può succedere, ma ogni volta che accade, spalanchi gli occhi. In questo caso, spalanchi gli occhi per cercare di rimandare indietro le lacrime. 'Fanculo. Non dovrebbe succedere. Per questo ieri notte, parlando con chi amo, ho detto che la Morte è strana. Non brutta, non cattiva. Strana. Più cieca della fortuna, in qualche modo. Più discreta, per chi si porta via, ma non necessariamente per chi resta. In quello le manca tatto.
Non riesco ad immaginarmi la Morte come ha fatto Gaiman, a dire la verità. Nessun ankh, nessun ombrello, nessun cappello a cilindro. Io me la sono sempre aspettata come una ragazza magra, dai capelli corti. E lo sguardo basso di chi non ama troppo il proprio lavoro. Mani grandi per raccogliere quelle di chi viaggia con lei. Mani delicate, credo.
Forse qualcuno potrà credere che, in realtà, mi stia facendo coinvolgere più di quanto dovrei. Ma ho i miei validi motivi, per rimanere vicino a questi due miei amici. Non so se loro mi considerino un amico, ma a me piace pensarli così. E stare al loro fianco, nei modi e nei tempi che mi saranno concessi, come amici. E poi, alla fine, ho un motivo anche per scrivere tutto questo. L'ultima volta che ho visto quella piccola, bellissima bambina, mi ha fatto vedere la sua camera dei giochi. E mi ha chiesto se, un giorno, anche io avrei potuto farle vedere la mia camera dei giochi.
Ehi, piccola. Non me lo sono scordato, sai? Ti ho detto che te l'avrei fatta vedere, e lo farò. La mia camera dei giochi è la mia testa: gioco con le idee e la fantasia, per inventare sempre qualcosa di nuovo. Inventerò qualcosa anche per te, nella mia camera dei giochi. Così potrai entrarci, potrai divertirti, potrai sorridere ancora per sempre. Hai sempre sorriso, tu, ogni volta che ti ho visto. Fammi cercare di aiutarti a sorridere ancora, e far tornare a sorridere mamma e papà.
Bacio, Mila.