
D. ha un po’ meno di vent’anni, alto, snello, un bello sguardo. Soprattutto quello. Tutti quelli che incontriamo per strada, sia gente che conosco io o persone mai incontrate prima, non possono fare a meno di notarlo. A volte notano solo quello, perché D. regge bene le inferenze degli sguardi altrui, per un tempo completamente naturale, caldo, fluido. Sono solo le stereotipie gestuali, successivamente, a urlare la diagnosi al mondo. Nel vedere ripetere la scena di lui che prima si scambia lo sguardo con qualcuno che di rimando gli sorride, per poi tirare sempre più il sorriso nello sforzo di aggiungere la giusta dose di compassione nata dal disagio, l’impressione che si ha non è la solita, quella che ti ricorda quanto sia duro l’autismo. Piuttosto, sorreggendo lo sguardo di D. si capisce che se il mondo parlasse meno per affidarsi più gli occhi, vivremmo tutti più serenamente.
Una delle cose che preferisco di D. è proprio questa. Non c’è bisogno di rincorrerlo attraverso la voce, di cercare di afferrare la sua attenzione attraverso semplificazioni di frasi, inflessioni, accenti. Basta accostarsi a lui, e tentare di guardare come lui. Così, ci capita spesso di passare almeno un’ora al giorno in silenzio. A prescindere dalle idiozie dei manuali, a prescindere dalla stimolazione coatta nella ricerca di un “adattamento alla normalità”, con D. ci ritroviamo spesso, più complicemente di quanto si potrebbe supporre, in silenzio, ad osservare. Gli autobus che non aspettiamo, le metropolitane che corrono nella direzione opposta, i treni sporchi e in ritardo di una città in cui l’ordine serve soltanto come scusa per esercitare la violenza del potere.
D. osserva, e io con lui.
Oggi mi sono accorto del movimento dei suoi occhi, mentre un convoglio della metropolitana arrivava in stazione per una breve sosta, e ripartiva. Una macchina da scrivere al momento di schiacciare il tasto di ritorno al capoverso. Estremità sinistra, centro. Estremità sinistra, centro. Estremità sinistra, centro. Ed ancora ogni volta, senza morbidezza, senza oscillazione. Come se quello sguardo potesse registrare tutto, meccanicamente, alla continua ricerca di qualcosa. Ho pensato che potesse essere normale – avevo letto qualcosa a riguardo, tra i libri sul movimento oculare? – ma no, altrimenti non l’avrei notato. E allora giù, a immaginare che cosa potesse essere. A tentare di figurarmi come D. vedesse, come organizzasse quella percezione in movimento, cosa significasse per lui. Se i curatori del DSM-IV volessero inventare una nuova malattia per cui riempire di psicofarmaci le persone, potrebbero di certo sfruttare questa, la tentazione della gente a empatizzare goffamente, ipotizzando differenze di ogni tipo, preoccupandosi comunque di ciò che non si riesce immediatamente a comprendere. Immagino che rientri in questo anche il carico emotivo del sorriso tirato a cui accennavo prima. Pressappoco, si tratta di questo a un livello poco più profondo.
Così, mentre mi riempivo di pensieri inutili, guardavo gli occhi di D., e non vedevo il resto del volto. Per fortuna ci ha pensato il passaggio del treno, e una di quelle stereotipie più accentuate che escono di tanto in tanto. Mi sono riconcentrato sul viso, mentre l’ultimo vagone usciva dalla mia vista periferica. D. rideva. Rideva senza bisogno di spiegarlo a nessuno.
E allora me la sono sentita di mandarmi affanculo, per quei trenta secondi di pensieri a metà tra il diagnostico e il neurologico appena fatti.
D. rideva, e sono scoppiato a ridere anche io.
Come ci fossimo arrivati, era un particolare secondario.