Dispositivi Verbali

No. Non c’è nulla per cui indignarsi nelle parole di Giovanardi riguardo alla morte di Stefano Cucchi.
Anche in questo caso, c’è da analizzare, discernere fino in fondo.
E comprendere come le parole possano essere dispositivi, funzionali tanto quanto un’autostrada, un tornello, una telecamera di sorveglianza.
Non mettiamoci a ricostruire tutta la storia relativa alla morte di Stefano - per moltissimi particolari, l’ennesima uccisione firmata dallo Stato - visto che per quello c’è già abbastanza materiale in giro per la rete. Ci basta sottolineare che, chiaramente, Stefano è morto a causa di lesioni provocate da mano umana. Il teorema della “caduta dalle scale a causa dell’epilessia” non ha mai attecchito. Non poteva. Le immagini hanno fatto il loro giro, e quando è il corpo a parlare - anche nell’orrore tragico di quelle condizioni - non c’è menzogna che tenga.
Questo è l’unico elemento che ci interessa: il dato oggettivo e reale.
Un omicidio a freddo, compiuto attraverso botte, calci, pugni e chissà cos’altro.
Eppure, Carlo Giovanardi sostiene che Stefano Cucchi sia morto “perché drogato, anoressico e sieropositivo“. Qualcuno potrebbe pensare di trovare una contraddizione, almeno la prima di una lunga serie, tra queste parole e la realtà. Ma non è affatto così. Giovanardi può proseguire quanto vuole - e difatti, lo fa - parlando delle conseguenze derivate da queste tre condizioni, ma è solo contorno, dialettica, sofisma. Il punto centrale del suo messaggio al Bloom è semplicemente in quella frase.
Stefano Cucchi, per Giovanardi, è morto perché non corrispondente a una normalità prestabilita.
Eccolo, il dispositivo.
Nel cadavere putrescente che qualcuno chiama ancora società, bisogna stare attenti alla casella in cui ci si piazza - o in cui, nella maggior parte dei casi, si viene piazzati. Tutte schiavizzano, nullificano, esorcizzano la possibilità di vivere liberamente, come singolarità e come comuni. Alcune caselle, però ,permettono di sopravvivere agiatamente, altre di sopravvivere in condizioni pietose, ma al riparo dalla violenza fisica amministrata dall’Impero: altre ancora, espongono quotidianamente al rischio di morire. Un drogato, un anoressico, un sieropositivo (ma ancora, un barbone, un clandestino, un transessuale), sono etichettature che, nelle regole di questo gioco perverso, prevedono la morte come ipotesi sempre praticabile. Creare soggetti anomici, percepibili come “diversi” e “pericolosi”: dopodiché, arrestarli, ucciderli, curarli.
Nella legislazione corrente sulle droghe, ad esempio, non stupisce come i tre termini siano praticamente intercambiabili.
Per Giovanardi, è normale che sia stata la droga ad uccidere Stefano Cucchi.
Avrebbe potuto scegliere un’altra casella - un lavoro onestamente precario e onestamente sottopagato, uno sfogo differente, magari davanti alla televisione di domenica - e avrebbe avuto ancora la vita.
Perché, secondo alcuni, la scelta è tra il vivere come dicono loro o morire.
Ma ormai si capisce.
La verità, è che si tratta di vivere come dicono loro e morire.
Stefano lo ha saputo, prima di chiudere gli occhi per sempre.
Per chi rimane, fare finta di niente, è ormai ancora più difficile.
