Della nostra gioia come questione d’offensiva - Parte II: Ceci n’est pas un rire
(continua da qui)
“Sarà una risata che vi seppellirà”
Un(’) anonim* compagn*
“Hé, camarade! Si les jeux sont faits,
au son des mascarades on pourra toujours se marrer…”
Noir Desir, Comme elle vient
Dagli studi televisivi di una qualsiasi tra le reti nazionali, un “esperto di economia reale” ci spiega perché dovremmo accettare con gioia il mutamento delle condizioni di sfruttamento lavorativo. Dalle colonne di un giornale di sinistra, un “dottorando di filosofia politica” si lancia nell’accorata proposta di un nuovo welfare - chissà perché nessuno lo chiama più “Stato sociale”, il che lo caratterizzerebbe molto meglio per quello che in effetti è - invitandoci ad unirci a lui e ai suoi accoliti nella crociata di riforma del sistema. Entrambi portano, in difesa delle loro tesi, argomentazioni elaborate, supportate da un modello di riferimenti e di verifica compatto, vasto, sicuro nella sua astrazione. Entrambi si identificano per la loro qualifica, per la loro posizione all’interno della società. Una volta superato il velo delle loro considerazioni superficiali - apparentemente opposte, ma effettivamente divergenti sul solo piano della dialettica - non è difficile rendersi conto della somiglianza estrema tra i due. Il semplice modo di parlare li accomuna nella stessa grande famiglia.
Che non è la nostra.
Scegliere di contrapporsi, di rifiutare, di agire nei confronti di una situazione presente, implica necessariamente il dover vivere in essa. Parlare il suo dialetto piuttosto che la lingua ufficiale, comprenderne le contraddizioni dall’interno, esprimersi nelle forme proprie più adatte al suo rovesciamento. E questo è qualcosa che si può imparare soltanto con l’azione congiunta di due operazioni: esistere nei luoghi e nei tempi di questo mondo, e condividere su un livello puramente orizzontale le verità e le conoscenze che esso puntualmente manifesta, nonostante i ripetuti tentativi di frode comunicativa perpretrati tanto dai mass-media quanto da troppi singoli mistificatori. È a partire da questo, che diviene ben chiara l’impossibilità di accettare un qualsiasi discorso imposto, fosse anche apertamente, dall’alto: di una speculazione filosofica, di una cattedra, di un’ideologia, di un tribunale. Un discorso di questo tipo, per quanto buono, affine a noi, o “rivoluzionario” possa sembrare, non può appartenerci. Quando non nasconde qualcosa, è spesso solo il mezzo per giustificare un fine, e abbiamo avuto abbastanza dimostrazioni da parte delle varie “sinistre radicali”, dei vari “socialismi reali” e delle democrazie borghesi per non concedere più nemmeno un minimo di fiducia a certi ragionamenti machiavellici. Ma anche quando fosse onesto, il semplice fatto di non provenire dall’esperienza e dalla condivisione diretta, tra pari, lo vanifica ai nostri occhi. Il tempo degli omogeneizzati è finito, ormai.
Intendiamoci: il rifiuto del dialogo, dello scambio d’opinioni, della costruzione di un comune attraverso il linguaggio non ci appartiene affatto. Chiunque volesse cercare di metterci in ridicolo illustrandoci come delle schegge impazzite, che si uniscono tra loro solo sulla base della spontaneità, del caso, o della fortuna, e che tra di loro comunicano, riflettono e agiscono solo attraverso il capriccio e l’inclinazione individuale, rimarrebbe ben deluso. Ebbene sì: anche noi discutiamo di Marx e di Bakunin, delle ultime notizie di governance globale e delle sperimentazioni di auto-organizzazione e resistenza fiorite in tutto il mondo nel passato e nel presente. Anche noi ci confrontiamo in assemblee, sui grandi temi come sulle vicissitudini del quotidiano. Anche noi concordiamo il da farsi, valutiamo le nostre esperienze ed elaboriamo strategie. Ciò che ci differenzia, in sostanza, è il modo in cui tutto questo avviene. Un leader è un leader, un portavoce è un portavoce, e un “grande vecchio” è un “grande vecchio”: poco importa se nel più grande partito di maggioranza istituzionale, o nel più piccolo collettivo universitario. La critica che portiamo avanti nei confronti delle gerarchie e dei rituali di un sistema, vale per tutti gli altri, e non vediamo perché dovremmo fare eccezioni.
Dal femminismo abbiamo imparato la lezione più importante: ovvero che il privato è politico. La condivisione delle esperienze di tutti i giorni, delle paure e delle speranze, della rabbia e della gioia: eccola, la base da cui partiamo. Attraverso uno scambio libero e profondo, vissuto all’interno del problema e tuttavia al riparo da esso, costituendoci come momento e luogo di autonomia, abbiamo messo - e continuiamo, e continueremo a mettere - sul piatto comune tutta una serie di problematiche che, appartenendo a uno, appartengono al resto di noi. Dalla comprensione comune alla comune elaborazione di alternative, il passo è semplice, ma non scontato. Tutto sta nel non mettere a repentaglio la realtà della questione in favore di una qualsivoglia astrazione, che non solo non sarebbe più realmente sentita, ma non potrebbe nemmeno portare a nulla, in quanto viziata in ogni sua possibile conseguenza.
La gioia - dove, per essa, intendiamo anche quei lati negativi e spiacevoli della nostra esperienza collettiva, ma sempre lati vivi e vissuti insieme - è il nostro punto di partenza. Essa si esprime attraverso il gioco dei linguaggi, dei corpi, dei pensieri e delle azioni, fa parte di noi non perché l’abbiamo assimilata, ma perché l’abbiamo generata. I servizi televisivi e i comunicati stampa potranno anche essere martellanti e ben congegnati, ma saranno sempre destinati a rivelarsi per ciò che sono - una truffa, o nel migliore dei casi, nulla - di fronte a una qualsiasi espressione di essa. Partiti o pseudo-tali si affannano costantemente - quanto inutilmente - nella ricerca di un linguaggio che “sappia parlare alla gente” esattamente per questo motivo. Le dichiarazioni pubbliche di questo o quest’altro “esponente del movimento”, per quanto siano farcite di slogan accattivanti o di termini presi in prestito dalla più alta filosofia, risuoneranno sempre vuote, nella loro altisonanza, rispetto alla risata, all’abbraccio, alla scritta sul muro, al volantino, al pamphlet o all’urlo provenienti dal sentimento comune generato dalla condivisione. Ripartire da questo, significa ripartire da zero: ma significa ripartire da noi, da ciò che possiamo sentire come vero, e che nessun camuffamento o distorsione potrà mai cancellare.
(continua)

Dubito che un dottorando di filosofia politica possa essere seriamente preso in considerazione nei termini in cui tu dici.
E’ impossibile.
Magari solo qualche cerebroleso potrebbe andargli appresso.
Comunque, siamo una moltitudine che sconfiggerà l’impero attraverso nientepopodimeno che l’autoriforma del sistema dei crediti, riuscendo finalmente ad espropriarli, mentre l’attuale governance crollerà sotto i colpi del sound system piottesco costringendo il welfare a venire incontro alle esigenze della classe sognitaria, vero soggetto corpo vivo dell’università e motore imprescindibile al di sopra di quegli infimi esseri che ancora si ostinano a lavorare manualmente.
Il potere deve essere precario!
Un’altra volta, un’altra onda…surfisti di tutti il mondo uniamoci e lanciamo le nostre scarper tutti insieme.
L’onda è bella.
L’onda è brava.
L’onda è potente.
E io ne sono il capo.
[...] (continua da qui) [...]