Damiel

[teorie e tecniche di una jyhad quotidiana]

Della nostra gioia come questione d’offensiva - Parte I: Ciò che ci gettiamo alle spalle

giugno9

Mettiamolo in chiaro da subito: noi non sappiamo che farne, di una stragrande maggioranza di scuole di pensiero, di linee di condotta, di atteggiamenti integri e coerenti col passato mitico della “rivoluzione”. Qualsiasi maestro - buono, cattivo o semplicemente tale - che ci venga a parlare della “categorizzazione analitica dell’organizzazione del lavoro”, come della “moltitudine, o del precariato come soggetto rivoluzionario”, otterrà da noi la stessa identica risposta che otterrebbe da uno qualsiasi tra le migliaia di disoccupati, migranti, precari, sex-worker - in parole povere, tra il proletariato - che abitano i luoghi del disagio capitalista. Forse da noi, la reazione sarà più gentile, più pacata: ma sia ben inteso che questo non avverrà per una maggiore affinità tra le loro fedeli e ortodosse impostazioni e le nostre letture, le nostre formazioni e le nostre esperienze. Se questo avverrà, sarà solo ed esclusivamente per un accresciuto sentimento di compassione, sviluppato a partire dalle nostre sensibilità.
In fondo, la possibilità di essere trasformati in ciechi idolatri di un’ideologia è un rischio che ci investe in prima persona, costantemente, come ha investito sempre chiunque all’interno di un processo rivoluzionario. Gettare fango su chi ci è caduto, sarebbe realmente poco gentile.

Se, prima di tacciarci di essere, a scelta, “fascisti rossi”, “violenti senza senso”, “ribellisti della domenica”, o una qualsiasi tra le definizioni già utilizzate dal PCI negli anni che vanno tra il ‘68 e il ‘78, nei confronti degli autonomi, qualcuno avesse l’accortezza di chiederci qualcosa di noi, ci sarebbe da rimanere ben stupiti. Si potrebbe ad esempio scoprire che abbiamo letto i Grundrisse di Marx ad alta voce, mentre riempivamo i serbatoi delle nostre auto ad un distributore self-service. Che il nostro primo incontro con Cafiero è avvenuto mentre prezzavamo gli scaffali di questo o quest’altro grande magazzino. Che Foucault si è preso la briga di venirci a trovare lui, per poi essere amorevolmente ricambiato, ogni volta che scavalcavamo i tornelli della metropolitana, o che scrivevamo le nostre dichiarazioni d’amore sui muri proprio nell’angolo cieco della telecamera di videosorveglianza accesa 24 ore su 24.  Che abbiamo metabolizzato Judith Butler ed Emma Goldman in primo luogo andando a minacciare, in quindici tra ragazze e ragazzi, serie ripercussioni sul vicino di casa di quella nostra compagna che, abitando sola con sua madre, veniva continuamente molestata. La lista è ancora lunga: e non esiste ancora un libro, o una gabbia qualsiasi, che possa determinare e circoscrivere le nostre esperienze nel quotidiano, le nostre vite, per poterci praticare sopra una qualsiasi esegesi o una qualsiasi “analisi di classe” a prioristica, imposta dall’alto, e sempre un gradino più astratta rispetto alla realtà delle cose.

Noi non siamo i figli di una generazione che ha fallito il tentativo di cambiare il mondo, nutrita a racconti di un decennio di lotte irraggiungibili e irreplicabili. Almeno quanto non siamo un’ intellighentzia in cerca di un paravento ideologico per il raggiungimento dei propri fini.  Parallelamente al disgusto per la civiltà e la cultura capitalistica in tutte le sue forme, abita in noi un terribile imbarazzo, che si desta ogni volta che vediamo inneggiare tanto all’Unione Sovietica quanto al ‘68, tanto alla politica di Chavez quanto alla mitizzazione di vittorie che non ci sono mai state, tanto al negrismo diffuso quanto alla “diffusione del conflitto” attraverso un linguaggio e una pratica che nel migliore dei casi è soltanto la copertura per i peggiori atteggiamenti radical chic.  Messi di fronte alla rievocazione leggendaria delle lotte passate, come davanti alla serie di compromessi imposti dalla pace sociale in corso e vigliaccamente propagandati come “innovazioni”, vediamo chiaramente di entrambi la natura fasulla e mistificatrice. Non rivendichiamo il passato come rifugio dal presente, lo rivendichiamo come esperienza su cui riflettere; e allo stesso modo, non rivendichiamo le molteplicità del moderno come adeguamento attraverso la mediazione tra la nostra rabbia e il mondo, ma le rivendichiamo come arsenale di possibilità del nostro agire presente.

Ciò che ci gettiamo alle spalle, è tutta una serie di falsi miti e falsi problemi, buoni soltanto per i dibattiti da tenersi in un’aula universitaria, in un centro sociale nel cuore del quartiere studentesco, sulle pagine dell’ultima uscita editoriale di questa o quella casa editrice “rossa”, o sui volantini scritti in un linguaggio tanto autoreferenziale quanto fasullo. In breve, nelle prigioni dorate della speculazione slegata dalla realtà delle cose. Gettandoci alle spalle tutto questo, e partendo da ciò che sentiamo e viviamo come vero, ci piazziamo di fronte al mondo non come portatori di conflitto, ma come conflitto reale.
Noi siamo autonomi - comunisti e libertari, perché non vediamo altra via d’uscita dal catastrofico stato di cose presente - non perché abbiamo scelto di interpretare questo mondo attraverso delle categorie decise arbitrariamente e a priori, ma perché questo mondo ci ha portato a non poter essere altrimenti, pena l’annientamento o una sottile e continuativa schiavitù.
Noi non cerchiamo le contraddizioni in seno al presente, noi le viviamo.
Ecco il nostro punto di partenza.

(continua qui)

scritto e archiviato come [considerazioni inattuali]
Un contrappunto to

“Della nostra gioia come questione d’offensiva - Parte I: Ciò che ci gettiamo alle spalle”

  1. On giugno 10th, 2009 at 11:53 PM Damiel » Blog Archive » Della nostra gioia come questione d’offensiva - Parte II: Ceci n’est pas un rire Says:

    [...] (continua da qui) [...]

L'email va inserita, ma rimarrà rigorosamente anonima

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