(traduzione integrale della lettera aperta pubblicata da otto dei “Nove di Tarnac” su Le Monde del 17 marzo 2009)
Ai nostri giudici,
Punto primo. Intanto che i giornalisti frugavano fin nella nostra spazzatura, la polizia osservava indiscreta fino all’interno del nostro retto. Tutto questo è decisamente spiacevole. Da mesi aprite la nostra corrispondenza, ascoltate le nostre telefonate, pedinate i nostri amici, filmate le nostre case. Voi godete di questi mezzi.
Noi, i nove, subiamo ciò come tanti altri. Atomizzati dalle vostre procedure, nove volte uno, mentre voi, voi non siete tutti che una sola amministrazione, tutti una sola polizia e tutti la sola logica di un solo mondo. Al punto in cui siamo, le pire sono già pronte, i dadi sono già truccati. E del resto, non ci è mai stato chiesto di essere bravi giocatori.
Punto secondo. Certo che avete bisogno di “individui”, costituiti in “cellule”, appartenenti ad un “movimento” di una frazione dello scacchiere politico. Ne avete bisogno, poiché è la vostra sola e ultima presa su tutta una parte del mondo in crescita, irriducibile ai termini della società che pretendete di difendere. Avete ragione, sta succedendo qualcosa in Francia, ma non è certo la rinascita di un’”ultrasinistra”. Noi non siamo qui che delle rappresentazioni, una cristallizzazione tutto sommato piuttosto volgare di un conflitto che attraversa la nostra epoca. La punta mediatico-poliziesca di un confronto senza tregua condotto da un ordine che crolla addosso a tutto ciò che pretende di potergli sopravvivere.
Va da sé che alla vista di ciò che accade in Guadalupa, in Martinica, nelle banlieue e nelle università, tra gli agricoltori, i pescatori, i ferrovieri e i sans-papiers, vi serviranno presto più giudici che professori, per contenere tutto ciò. Non ci state capendo nulla. E non contate sui fini segugi della DCRI (1) per farvelo spiegare.
Punto terzo. Constatiamo come ci sia molta più gioia nelle nostre amicizie e nelle nostre “associazioni di malfattori” (2) che nei vostri uffici e nei vostri tribunali.
Punto quarto. Se a voi sembra automatico che la serietà del vostro lavoro vi conduca fino al punto di interrogarci sulle nostre idee politiche e sulle nostre amicizie, noi non sentiamo, da parte nostra, il dovere di parlarvene. Nessuna vita sarà mai assolutamente trasparente agli occhi dello Stato e della sua giustizia. Lì dove avete voluto vederci più chiaro, sembra piuttosto che abbiate propagato l’opacità. E allora ditelo che, ormai, per non subire il vostro sguardo, sono sempre di più quelli che si recano alle manifestazioni senza telefono cellulare, quelli che criptano i documenti che scrivono, quelli che fanno delle abili manovre di depistaggio rientrando a casa loro. Come si dice: che peccato.
Punto quinto. Dall’inizio di questo “affaire“, sembra che abbiate voluto accordare molta importanza alla testimonianza di un mitomane, chiamato anche “testimone X”. Vi ostinate, ed è coraggioso, a concedere un po’ di fiducia a questo gomitolo di menzogne, e a questa pratica che fa l’onore della Francia da qualche decennio – la delazione. Sarebbe quasi commovente, se questo non portasse all’accusa per Julien di essere “il capo”, e di conseguenza alla sua prolungata detenzione. Se questo genere di “testimonianze” non giustificasse degli arresti arbitrari – in occasione, per esempio, di qualche proiettile inviato per posta, alla polizia, nell’Hérault, o a Villiers-le-bel.
Infine, avendo compreso come il margine di libertà che ci resta è ormai fortemente ridotto, che il solo punto a partire dal quale possiamo sottrarci alla vostra azione risiede negli interrogatori ai quali ci sottoponete a intervalli regolari, che Julien si è gia visto rifiutare quattro domande di messa in libertà, che lui è un nostro amico, che non è nulla di più di ciò che noi siamo, abbiamo deciso che da oggi, nell’eroica tradizione di un Bartleby, “avremo preferenza di no”. In parole povere, non vi diremo più nulla, e questo finché non lo libererete, finché non abbandonerete la qualifica di “capo” per lui e di terroristi per noi tutti. In breve, finché non abbandonerete l’inchiesta.
Per tutti coloro che, lì dove si trovano, si battono senza rassegnarsi. Per tutti coloro che non sono colpiti dal risentimento e che fanno della gioia una questione d’offensiva. Per i nostri amici, i nostri figli, i nostri fratelli e le nostre sorelle, i comitati di sostegno. Nessuna paura, nessuna compassione. Nessun eroe, nessun martire. È proprio perché questo affare non è mai stato giuridico, che bisogna trasportare il conflitto sul terreno del politico. Ciò che la moltiplicazione degli attacchi di un potere sempre più assurdo chiama dalla nostra parte, non è altro che la generalizzazione delle pratiche collettive di autodifesa, ovunque questo divenga necessario.
Non ci sono nove persone da salvare, ma un ordine da far cadere.
NOTE
(1) Il dipartimento di polizia politica francese
(2) Il reato corrispettivo di “associazione a delinquere” imputato ai nove di Tarnac