(un’altra volta una maschera, e stavolta in georgiano, “Non abbiamo paura“)
Ho sotto mano un quaderno bianco, che si è trasformato nella mia agenda per almeno la prima metà del 2009. L’agenda, quella vera, l’ho scordata in Italia. Ça arrive.
Il giorno che qualcuno, altro da me, troverà questo quaderno, o una delle numerose agende passate, probabilmente si farà un’idea decisamente distorta di quello che sono. O meglio, di quello che ero. Sulle pagine ci convivono ritagli di giornale, appunti, schizzi di pentagramma e disegnini isterici. Frecce, un casino di frecce. Che uno quasi quasi pensa che sia tutto collegato, ma non può essere mica. E invece è. Anche qui, ça arrive.
Così, me ne sto a una certa ora della notte – a Parigi, stasera, ci sono i fulmini. Anche senza che piova – a controllare cosa c’è da fare domani. Un po’ cosa ho fatto ieri. In fondo, anche quello che penso adesso. Tecnicamente, anche insieme, tutto ciò non concorre a costruire nulla di senso compiuto. Ma è soddisfacente, e dunque, ça arrive, pure questo.
Soltanto oggi, per rispettare le scadenze che mi sono dato, ho battuto un diecimila caratteri per qualcun altro, un ventimila per me. Ho mandato una dozzina di lettere. Alcune con settimane di ritardo.
In fondo, la mia concezione del tempo è sempre più sfasata rispetto a quello del resto dell’umanità. Non mi fido più nemmeno io, quando dico “ti chiamo in giornata”, o “ci vediamo presto”. Manco a dirlo, ça arrive.
Mentre tornavo a casa da Rambuteau, oggi, ho pensato alla mia compagna di vita, e ai miei compagni e alle mie compagne di lotta. Agli amici, alle amiche, ai fratelli e alle sorelle, che almeno una volta sono passati per questi quaderni, per queste agende, che almeno una volta si sono conquistati uno spazio tra i ritagli di giornali, tra le frecce e le parole cerchiate. Ho pensato a quelle trentamila battute complessive, a quelle lettere, ognuna con uno scopo, a giornate come questa, che ti giri e sono già finite, e ti ritrovi disorientato.
Mette un po’ di paura una cosa del genere, la mette a chiunque. E d’accordo, ça arrive.
Ma se non lo fai in primis per loro, anche se non tutti loro lo sanno, allora per chi lo fai?
Fine dello sfogo. Era finita la pagina del quaderno, per oggi, e domani è tutto un groviglio di frecce e ritagli, e appuntamenti e impromptu. Da qualche parte si deve pur scrivere, quando finisce lo spazio cartaceo. Non c’è da prendersela.
Ça arrive.
Francesco says:
Mi ha fatto molto piacere leggere queste tue righe, stamattina, appena arrivato in ufficio; per un motivo estremamente stupido, oltretutto. Sto pensando, semplicemente, ai fogli. Ai fogli, e alle penne.
Non ho mai praticato con efficacia, né continuità, la scrittura, e in special modo quella arcaica, “vera” direbbe qualcuno, che si esplicita sui fogli. Che è l’unica possibile, mi piace pensare, perché è la sola in grado di misurarsi a viso aperto col sudore – e con le lacrime, nel caso.
Ho conservato sempre con la massima cura consentitami dalla mia testa svampita i fogli che altri hanno scritto per me, nel corso della vita, senza viceversa curarmi troppo di quei pochi e sparuti segni che mi capitava di tracciare, di tanto in tanto, su cenci improvvisati o moleskine sostanzialmente vuote. Pieni di frecce anch’essi, questa è una cosa che non mi riesce di non trovare divertente.
Ne ho distrutti alcuni, di altri ho perso volutamente le tracce, e anche dell’unico superstite tra qualche tempo non ci sarà più ombra. In qualche caso non sapevo più nemmeno io cosa si nascondesse esattamente tra i fogli bruciati che spargevo nell’aria con maniacale ossessività.
E, insomma, oggi ho pensato a cosa accadrebbe se qualcuno leggesse ciò che sopravvive ancora. Sarebbe anche la sua una percezione alquanto distorta di quello che sono, ma non è mai stato questo a contare. Poi, di nuovo, riflettevo su quanto sia in realtà altrettanto distorta la percezione di chi non ha letto, e non leggerà; ma questo conta ancora meno. Chissà, quindi cos’è che conta.
Allora, mi sono detto, magari contano i segni che stanno sui fogli. Però no, non credo che sia nemmeno questo. Magari quello che conta potrebbe essere il sudore, che passa dal palmo della mano sulla penna. E poi dalla penna al cervello, a determinare il senso della scrittura.
Chissà, magari mi sudano semplicemente le mani. Però non è proprio come un articolo su di un blog, non credi?
Apr 15, 2009, 12:36 PM