Metti una mattina di quasi primavera a Paris, e una telefonata che, come sempre, vorrebbe essere concitata e non lo è. Metti un viaggio in macchina verso Lyon, con dei compagni che rimangono anonimi solo “parce que“. Metti ore e ore di appunti ad alta voce, riflessioni, ricordi, considerazioni, scoperte curiose. E metti, alla fine, un teatro di periferia, con uno spettacolo tutto da ricordare, e su cui soffermarsi a riflettere.

“Don Quichotte et les Invicibles“, di Erri De Luca, con Gianmaria Testa e Gabriele Mirabassi, è più di un semplice spettacolo teatrale e musicale. Prima di tutto, è la discesa sul palco e tra la gente di una figura, di un archetipo, che racchiude dentro di sé la storia di alcuni. La storia dei compagni esiliati, dei migranti senza approdi, di chi ha “une femme” (e sarebbe riduttivo pensare Dulcinea in un’ottica esclusivamente di genere, o di umanità) “in ogni suo slancio e in ogni fibra della sua resistenza”, citando direttamente de Luca. E soprattutto, la storia di chi non riesce ad essere semplice spettatore della sua vita. Costi quel che costi.
Tecnicamente, la delicatezza del suono del clarinetto di Mirabassi, incontra perfettamente la chitarra e la voce di Testa, e tutto si armonizza con l’alchimia delle parole scelte da De Luca. Ma non è il miracolo consueto della fusione scenica che colpisce. Quello che ti resta, quello su cui puoi rifletterci per ore – in un viaggio di ritorno dove si fondono gli anni ’70 e l’oggi di uno stesso quartiere, in una conversazione che ti lascia il segno – è l’assoluta identificazione con quel Don Chisciotte: il cavaliere errante che va avanti nella sua “direzione ostinata e contraria“, e passa la staffetta ad ogni sua reincarnazione, di generazione in generazione, e poco importa quale mulino a vento ci sarà a sbarrargli la strada. Sia una minaccia di estradizione, sia un’utopia, sia una terra nuova, sia un contratto di lavoro non rinnovato, sia una necessità di cambiamento che pare sempre più fioca.
Si può tornare alle 6 e 30 di un mattino, in una banlieue parigina, e avere acquisito una consapevolezza del genere. E domani? Domani “Dulcinea sarà sempre più bella“. E noi – n’importe pas si toi, moi, ou nous, tout à fait – sempre contro.