Benvenuti nello stato d’eccezione, II parte

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[continua dalla I parte]

Logicamente, in assenza di un pericolo palese e percepibile come comune - il rifiuto generalizzato del sistema imperante, l’insurrezione, è un pericolo solo ed esclusivamente per i governanti – l’imposizione della repressione deve essere portata avanti con un minimo di tatto. C’è altrimenti il rischio, a forza di spingere oltre la soglia dell’impudenza, che una fetta sempre più larga della popolazione si accorga del trucco, e questo non farebbe altro che aumentare il rischio di un’insurrezione (e i suoi tempi, e la sua partecipazione). L’escamotage utilizzato di solito, dunque, è la creazione preventiva di un nemico. Nessuno è disposto a sacrificare le proprie libertà, collettive o individuali che siano, senza qualcosa in cambio: e in cambio, chi governa pone la “sopravvivenza” (più avanti vedremo come non si tratti, realmente, della sopravvivenza della società, ma soltanto della sopravvivenza dei rapporti di dominio e produzione presenti in questa società). Per molto tempo è bastato un “nemico” altro da sé – i sovietici, gli stranieri, i marziani, non importa – per applicare questa tecnica di controllo sociale. Ma il vero colpo di genio c’è stato quando il “nemico” è divenuto “nemico interno“.

Fondamentalmente, il discorso repressivo attuale di ogni governo si basa su questo punto focale: il “nemico” minaccia la nostra sopravvivenza, quindi dobbiamo combattere il “nemico”. Ma questo “nemico” è furbo, si nasconde tra noi, si veste come noi, parla la nostra stessa lingua e ha le sembianze di ognuno di noi. Per questo siamo tutti chiamati a sacrificare un po’ della nostra libertà. Per riconoscere il “nemico”, così subdolamente celato nelle nostre vite quotidiane, dobbiamo chinare tutti  il capo. Il nemico non lo farà, perché ci odia, e se anche lo farà, prima o poi il suo comportamento anomico sarà captato. Ed ecco che in quel momento, lo riconosceremo e lo schiacceremo. Giustizia sarà fatta.

Ci stupiamo ancora, di tanto in tanto, nel vedere persone – persone che non appartengono alla casta gendarmesca o padronale, ben inteso -  applaudire di cuore davanti a discorsi del genere. Eppure teniamo ben presente quel che Nietzsche scriveva nel suo Su verità e menzogna in senso extramorale: ovvero che l’essere umano “ha una invincibile inclinazione a lasciarsi ingannare, ed è come rapito dalla felicità quando il rapsodo gli racconta per vere delle leggende epiche“, e la meraviglia di fronte a tanta ingenuità viene rimpiazzata dall’esigenza di svelare la menzogna. Un compito che in fondo non sarebbe difficile per nessuno, a patto di possedere un minimo di volontà da impiegare nel ragionamento che segue.

Prendiamo per un istante in considerazione l’ipotesi che il “nemico interno” esista realmente, e ripercorriamo il contorto sillogismo suggeritoci da chi ci governa. Questo “nemico”, vivo e tra noi, ci odia con tutte le sue forze, ma non è distinguibile da chiunque altro. Il “nemico” dunque, in via teorica, potrebbe essere uno chiunque tra noi, o potremmo essere tutti. Sacrificando le nostre libertà, e ponendoci tutti sotto continua sorveglianza e sotto continuo rastrellamento, raggiungiamo uno stato di fatto e un bivio potenziale. Lo stato di fatto, è la riduzione della libertà (e su questo, è impossibile controbattere), mentre la doppia possibilità si espleta necessariamente come segue:
a) il “nemico” è così bravo a nascondersi e a fingere che continuerà a farlo, e non verrà neutralizzato;
b) il “nemico” viene identificato perché, non accettando la riduzione della libertà, o non essendo in grado di gestire questa nuova situazione, uscirà allo scoperto e sarà di conseguenza identificato e punito.

Entrambe le possibilità fanno terribilmente comodo al potere costituito. La prima, infatti, permette uno stato di emergenza permanente, che giustificherà un’altrettanto permanente repressione. La seconda, invece, permette di criminalizzare chiunque – anche a processo repressivo inoltrato – decida di dissentire dalle politiche emanate da questo o da quell’altro governo. Una volta accettato – o imposto – il ragionamento espletato sopra, il dissenso smette di essere l’esternazione di un’0pinione contraria. Diventa fiancheggiamento e supporto del “nemico“. “O con noi, o contro di noi”: non vi è via di fuga dal principio del tertium non datur. Di nuovo, o si ha la sicurezza di essere schiavi, o si ha la sicurezza di essere un terrorista, un sovversivo, un “nemico”.

[continua]


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