
È arrivato il 31 gennaio. E in contemporanea, nelle mie due città – Roma e Parigi – si svolgeranno praticamente nella stessa ora due manifestazioni, con un tema molto simile. In Italia, quella contro il cosiddetto “pacchetto sicurezza“. Qui in Francia, quella contro le cosiddette “leggi antiterrorismo“. Per una volta, essere presente ad una significa essere presente anche all’altra. Perché, in qualche modo, i due cortei, i due insiemi di rivendicazioni, si incroceranno, si complementeranno l’uno con l’altro.
Face au même problème, même réponse.
Benvenute e benvenuti nello stato d’eccezione più subdolo che sia mai stato congegnato. Questa volta, per le strade, non c’è guerriglia, non c’è lotta armata, non c’è scontro a fuoco tra il sistema e chi si ribella. Questa volta, per le strade, c’è lo shopping per i saldi, c’è il traffico consueto dell’ora di punta. E poi, sui giornali e alla televisione, c’è la crisi. Ma la crisi – stavolta da capitalismo o del capitalismo? – non è percepita, non è resa percepibile. 600 mila disoccupati nel 2009 sono sette cifre sulle prime pagine di un quotidiano, per un giorno, tranne per chi si ritroverà licenziato. Domani un capo di stato farà qualche battuta, o qualche vicino di casa massacrerà un condomino a caso, per poi essere sbattuto come mostro in prima pagina anche lui. La crisi è uno spauracchio buono per giustificare, di tanto in tanto, il dare da mangiare a banche e Confindustria. Non ci si può battere troppo, non la si può paventare come situazione de facto.
Perché c’è un rischio grosso.
C’è il rischio che qualcuno, riflettendoci su, si alzi in piedi e urli: “Viva la crisi!“.
Da queste parti, un’esclamazione del genere l’avevamo fatta già qualche tempo fa. In fondo, cosa abbiamo noi da spartire con la crisi del capitalismo? Nulla. Anzi. Per ogni broker in depressione, per ogni speculatore finanziario suicida, dovremmo alzarci in piedi e brindare. “¡Que viva la crisi!“: ogni barcollamento del sistema imperante, altro non è che uno spazio di manovra in più per strappare libertà, e riconquistare spazi, tempi e azioni che per troppo tempo ci sono stati sottratti per essere piazzati in bella mostra sul bancone dello scambio commerciale. L’Onda studentesca – prima che si riducesse a una serie continua di dichiarazioni da parte di leaderini, capetti e filosofi dell’ultima ora – poteva esserne un esempio. Le riconfigurazioni del movimento, il suo ritorno all’attacco dello status quo – in Grecia già visibili – ne sono un altro. Sono situazioni che aumentano la probabilità di quel rischio. E il rischio è che un migrante, un precario (quelli da 1000 euro al mese lordi: quello che prima di essere precario è proletario), uno di quei seicentomila disoccupati di cui sopra, si incontrino, si parlino, si organizzino.
Allora lì il problema smetterebbe di essere fittizio, smetterebbe di essere la “crisi”.
Il problema sarebbe l’insurrezione che viene.
Nessun governo e nessun governante potrebbe permettersi un’eventualità simile. Una prospettiva di questo tipo, è necessariamente virulenta, contagiosa: ogni spazio liberato, porta necessariamente alla liberazione di altri spazi. Ogni temporalità sottratta alla logica della produzione, invita con veemenza all’emulazione. Soprattutto, ogni socialità autonoma distrugge le catene delle socialità intorno a sé. Per ogni occupazione, ogni squat, ogni sciopero (qui ci riferiamo agli scioperi reali non alle imponenti buffonate confederali: una gréve generale che sia mosso da un rêve general), ogni relazione che non risponda alle regole vigenti tra sfruttatori e sfruttati, è un attacco al sistema che non prevede cicatrizzazione. Per questo è necessario, da parte dei custodes, la repressione. Reprimere, reprimere, reprimere. La parola d’ordine è una sola. Ma i mezzi sono molti, perché i soliti strumenti – morale, religione, sindacato, democrazia occidentale, mass-media, forze armate, sistema giudiziario e via discorrendo – non sono più validi come una volta.
In Italia, in pochi mesi sono state proposte le seguenti introduzioni legislative: l’aggravante della “clandestinità” nei reati, il reato stesso di “immigrazione clandestina“, le classi differenziali per bambini italiani e stranieri, la trasformazione dei (già lager) Centri di Permanenza Temporanea in Centri di Identificazione ed Espulsione per immigrati, l’obbligo dei medici nella denuncia dei clandestini, la reintroduzione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale punibile anche in presenza di abuso di potere, la proposta di istituire una banca del DNA, la presenza di corpi militari nelle metropoli con funzione di polizia e le modifiche sulla legislazione delle manifestazioni che saranno filmate e registrate e non potranno più passare vicino a “luoghi sensibili” (completate il sillogismo: ogni chiesa è un luogo sensibile. Ogni piazza ha una chiesa. Ogni piazza è inattraversabile da una manifestazione).
In Francia, dove lo schedario Edvige controlla ogni dato sensibile, e dove il rifiuto di sottoporsi alla prova de DNA è reato penale, nove ragazzi - i “Nove di Tarnac” - sono stati arrestati sulla base di semplici sospetti, e la montatura giudiziaria ha basato tutto il suo impianto accusatorio sulla minaccia terroristica rappresentata da una fantomatica “rete anarco-autonoma“, che avrebbe effettuato degli attacchi ai tralicci dei treni ad alta velocità.
In comune c’è la normalizzazione di uno stato d’eccezione. La sospensione della libertà, in nome della “sicurezza”.
La sicurezza di finire in galera, se non si accettano le regole imposte.
La sicurezza di essere controllati 24 ore su 24, in ogni azione e luogo.
La sicurezza, alla fine della fiera, di essere schiavi più di quanto lo si sia già.
[continua]
Damiel » Blog Archive » Benvenuti nello stato d’eccezione, II parte says:
[...] [continua dalla I parte] [...]
Jan 31, 2009, 12:14 AM