Arrivare con un quarto d’ora di ritardo ad una manifestazione, a volte, può evitarti delle conseguenze estremamente spiacevoli. Certo, non tutte le manifestazioni: solo quelle che, per paura e accanimento, lo stato reputa particolarmente pericolose, criminali, sovversive e dunque da reprimere ad ogni costo. Ignoriamo quali criteri utilizzi la prefettura parigina per vietare questa o quell’altra manifestazione di piazza, eppure, a quella del 24 gennaio 2009, a Barbés, quartiere popolare di Parigi, noi c’eravamo. C’eravamo, per manifestare la nostra solidarietà ai compagni in prigione e a tutti i detenuti di ogni “patria galera”. C’eravamo per urlare che le leggi antiterrorismo non sono altro che una scusa per rendere normale lo stato di “eccezionalità” della repressione corrente. C’eravamo per denunciare lo stato di “sicurezza paranoide“, che nelle strade e nei mass media criminalizza chiunque non si adegui al pensiero unico e omologato dei potenti. E proprio perché c’eravamo, possiamo fare qualche ipotesi sul perché di tanto accanimento e odio nei confronti di chi era sceso in piazza manifestare.
Ma veniamo ai fatti. Alle 15, già ci raggiungono le prime telefonate, che ci informano della situazione venutasi a creare: i poliziotti hanno serrato un’ottantina di compagni tra due cordoni armati, e stordendoli con dei lacrimogeni, hanno iniziato a caricarli nelle camionette. Una fermata della metropolitana ci separa dalla manif, ma scopriamo che la polizia ha chiuso la stazione di Barbés, per impedire la fuga dei manifestanti. Così, dobbiamo scendere alla prima possibile, correndo per le vie circostanti nel tentativo di raggiungere gli altri e comprendere cosa stia accadendo. A dieci metri dal punto d’incontro però, ci sbarrano la strada una carica di flic e una selva di lacrimogeni lanciati in ogni direzione. A cento, forse centocinquanta metri da noi vediamo qualcuno lanciare oggetti in direzione della polizia, che intanto sta contenendo violentemente la rabbia di chi è stato già impossibilitato a muoversi per mezzo dei fascetti di plastica utilizzate al posto delle manette. Indietreggiamo, e girando intorno all’edificio, incontriamo altri compagni che ci spiegano il perché dei tafferugli e delle cariche. Dopo la prima ondata di arresti infatti, una lavoratrice della RATP (l’azienda parigina di trasporti pubblici) ha tentato di aprire il cancello ai manifestanti, per dare loro una via di fuga : e in quel momento, un agente le ha spruzzato direttamente negli occhi del liquido urticante, facendola cadere in terra per poi arrestarla. Lì il resto del corteo non ha retto più, e nemmeno gli abitanti del quartiere, insieme ai passanti. Ad ogni angolo dell’incrocio, si formano gruppi di persone solidali, che iniziano a insultare le forze dell’ordine, i quali non sanno reagire se non con un’ulteriore carica verso Chateau d’Eau, e una susseguente ondata di arresti indiscriminati, per raggiungere la “quota” prefissata dalla prefettura (una compagna che si trovava là in mezzo ci racconterà poi di aver chiaramente sentito il commissario presente ordinare di “embarquer n’importe qui“, ovvero “arrestare non importa chi“). Ci spostiamo continuamente tra i quattro angoli dell’incrocio, cercando di seguire le mosse di celere e gendarmeria, di avvistare quanti e quali compagni sono stati caricati nei cellulari, di comprendere cosa fare per reagire a questo attacco sproporzianto di violenza poliziesca.
Vediamo un ragazzo sulle stampelle chiedere aiuto a due compagni per attraversare l’incrocio, e vediamo i manganelli delle “forze dell’ordine” abbattersi su di lui.
Vediamo una fila di gendarmi armati marciare verso un negozio, per arrestare i compagni che vi si erano rifugiati, e vediamo una ragazza di vent’anni, i cui colori dei vestiti contrastano ferocemente col nero delle body armor militari, seguirli imitandone ironicamente la marcia, prima di essere ammanettata anche lei, senza smettere di sorridere.
Sentiamo dall’altra parte della strada, a trecento metri di distanza, lo scoppio di un petardo, sentiamo le parole di un compagno a fianco a noi che esclama a un celerino “On est partout!” (“Siamo ovunque!”), e sentiamo il panico rancoroso dello sbirro rispondergli “Ta guele” (“Zitto”).
Siamo ancora costretti a fuggire da un’altra carica indiscriminata, stavolta verso Gare du Nord. Telefoniamo ai compagni e alle compagne, la quota di arresti sfiora i duecento, tra militanti italiani e francesi, semplici passanti e sans papiers che avevano avuto la sfortuna di trovarsi lì. Ora dobbiamo coordinarci. Assemblea, volantino, corteo. Nelle ore a venire, quasi tutti saranno rilasciati, fortunatamente. Quello che rimane, è il ricordo vivo di quattro ore di guerriglia d’inferno in pieno centro a Parigi, l’ansia e la rabbia per i compagni che ancora non sappiamo in libertà. Ma rimane solo in chi c’era, perché non un giornale, non una televisione, parleranno dell’avvenimento.
Ecco che davanti a tutto questo ci si potrebbe domandare perché: e noi ci siamo dati una risposta, la solita odiosa risposta che segue ogni “perché?” legato alla repressione selvaggia. E stamattina, comprando Libération, troviamo un bell’articolo, dal titolo “Perché Coupat?“, a firma di Eric Hazan: un articolo che partendo dalla situazione giudiziaria di Julien Coupat, l’unico dei “Nove di Tarnac” a rimanere ancora nelle squallide galere francesi, illustra magistralmente la situazione collettiva e generale, anche quella che ci siamo vissuti in prima persona quel lunedì 24 gennaio 2009 a Parigi. Di seguito, lo traduciamo integralmente: e intanto aggiungiamo una testimonianza, il nostro personale strappo al silenzio, che riecheggia insieme a ogni slogan per la libertà di tutti i compagni e tutte le compagne in galera.
Damiel & Co.
Da Libération, 26 gennaio 2009, “Perché Coupat?“, pagina 37, di Eric Hazan
“Delle nove persone arrestate per “associazione a delinquere finalizzata ad atti terroristici”, otto sono in libertà sotto controllo giudiziario. Solo Julien Coupat resta in carcere. La ragione non è certamente che in libertà egli rappresenterebbe una minaccia all’ordine pubblico, né che potrebbe essere d’ostacolo al buon svolgimento dell’inchiesta, né che si rischierebbe di vederlo sottrarsi alla giustizia. Non più che gli altri, in ogni caso. Si potrebbe pensare che sia stato mantenuto in detenzione, per non infliggere uno schiaffo totale al Ministro dell’Interno e al Procuratore della Repubblica che parlarono, nei giorni seguenti all’arresto di Tarnac di “terrorismo dell’ultrasinistra”, di uno “zoccolo duro di una cellula con l’obiettivo della lotta armata”. Ridicolo, ma c’è molto poi da guadagnare nel lasciare Julien in prigione? Fintanto che ci rimarrà, il rumore non rischia certo di diminuire, né il ridicolo di estendersi. La vera ragione per cui è dentro, è che l’oligarchia che governa questo paese lo vuole trasformare in un caso esemplare. Ciò che teme più di ogni altra cosa, è la gioventù, e gli eventi della Grecia hanno rinforzato questa paura. Le leggi antiterrorismo, in particolare quel crimine, “associazione a delinquere finalizzata ad atti terroristici”, che permette di incolpare non importa chi per non importa cosa, servono soprattutto a controllare i giovani. Quelli dei quartieri popolari, contro i quali è stato preparato un arsenale militare apposito, e la gioventù che si qualifica come intellettuale, per meglio tarparla il prima possibile. Poiché è la loro convergenza, alla maniera greca che costituisce la minaccia più imminente contro l’ordine costituito. Non vi è alcuna prova che Coupat abbia attentato ai tralicci del TGV. Si cerca di trovare altre accuse da mettergli sulle spalle – vecchi incendi mai appurati agli uffici dell’ANPE, lontani viaggi negli Stati Uniti – ma non è poi così facile costruire un affaire credibile. L’accanimento di cui è oggetto ha comunque le sue ragioni: con i suoi amici Julien rifletteva, ed è questo ad essere sospetto, soprattutto se questa riflessione conduce al rovesciamento del capitalismo e all’elaborazione di altre forme di società. In più, Julien e i suoi amici, mettono le loro idee in pratica: essi manifestano quando c’è bisogno, per esempio a Vichy, e ridanno la gioia a un villaggio desolato, sono allegri, generosi, accoglienti. Tutto questo costituisce un esempio pericoloso, ed era tempo di porre ad esso la parola fine. Julien Coupat è stato scelto come simbolo dell’inammissibile: l’unione di teoria e pratica, come è stato fatto in altri casi da altri perseguitati, come Karl Marx o Auguste Blanqui”